Altri mondi underground: intervista con Sisko Electrofanatik – di Marco Valerio Sciarra

A cavallo del nuovo millennio la scena musicale underground è stata dominata dal genere Electro Dance Techno che nasce da contaminazioni tra elettronica statunitense e Synth Pop europeo e si è affermato nella scena underground di Boston espandendosi a tutto il mondo. Sisko Electrofanatik è un dj romano attivo nell’ambiente italiano e internazionale da quasi una ventina di anni ormai. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa in più su quel periodo e sulla sua produzione. 
Sei stato e sei un intrattenitore che ha fatto di questo genere un marchio di fabbrica e poi anche un produttore con la tua etichetta, la Gain Records. La prima domanda, che include anche quella sulla tua passione, ovviamente è dedicata al tuo nome. Come è nato l’appellativo Sisko Electrofanatik? 
“L’appellativo nasce proprio all’inizio della mia carriera quando ero comunemente chiamato Sisko (da Francesco) ma essendo sempre stato appunto un Fanatico del mondo electro/tech di quel periodo, nei primi club dove ho iniziato, mettevo queste tracce diciamo “meno commerciali”. Da lì i miei amici nelle mie serate mi appellarono con questo soprannome che poi ho mantenuto nella prima produzione discografica. Già esistevano altri artisti con nome d’arte “Sisko” e perciò il discografico con cui iniziai la mia carriera di producer mi suggerì di aggiunger questo altro nik: Electrofanatik.

E Sisko Electrofanatik faceva e fa ballare tutti gli appassionati del genere. Ti sei chiesto perché questo linguaggio musicale abbia fatto presa su così tanta gente in quel periodo?
“La techno come genere musicale essendo di per sé un genere “underground”, per ritornare al discorso di prima, quindi “non commerciale”, era ed è sempre stata seguita perché ormai, dove non si sente nei club il classico mainstream radiofonico, gran parte del pubblico cerca musica più di nicchia o sperimentale. Indubbiamente è un linguaggio universale, per chi ama il genere facilmente riconoscibile, perché può variare dalla classica e moderna melodia progressiva al synth acid sempre ritmato da un buon kick e baseline profondi e potenti che coinvolgono chi sta in pista”.
In fase di creazione, non essendoci strumenti se non tecnologici, da cosa trai ispirazione?
“I miei riferimenti sono stati non solo totalmente techno, anzi, inizialmente ho fatto, come tutti la mia gavetta e, per fortuna, ho una cultura musicale vasta, quindi ascoltando dalla comune dance 90 fino al beat di Michael Jackson, passando dai Metallica ai Prodigy, da 2pac e Dr.Dre al mitico Gorgio Moroder o Robert Miles, le contaminazioni nei miei brani sono molteplici ovviamente e le mie produzioni techno sono sempre studiate, autocriticate e testate, per poter fungere nella dance floor. Se poi parliamo di riferimenti più settoriali ho preso ispirazione dai brani arpeggiati ed electro di Eric Prydz, Armand Van Helden, Steve Angello, Boysnoize, dai synth scuri e minimal di Dubfire o John Digweed, a quelli più duri di Jeff Mills, Umek. Passando dai riferimenti più diretti dove poi ho preso le prime ispirazioni, ascoltando i brani di artisti romani e italiani che hanno un po’ fatto la storia della elettronica e techno romana ed italiana come D Lewis, Joy Kitikonti, Joe T Vannelli, Michael K, Mauro Picotto etc… e con molti di loro ho poi avuto l’opportunità di collaborare discograficamente. Spesso traggo ispirazione ascoltando brani di altri artisti e cerco di prendere spunto da quel suono o ritmica che mi ha colpito cercando di riadattare a modo mio il tutto e, durante la ricerca dei suoni e la modulazione sonora stessa, escono altre mille idee, note che si incastrano tra loro o semplici percussioni messe in maniera tale che sovrapponendosi creano una ritmica composta ma mai confusionaria… e da lì, usando anche dei samples ricercati, riadattati e modificati, esce fuori che all’interno della traccia se ne possono tirare fuori altre due o tre, quindi l’ispirazione aumenta… poi mi accorgo che mentre succede questa magia sono le 4 del mattino e mi ricordo che devo andare a dormire (ride)”.
Ci dovresti essere abituato a fare le quattro del mattino. Sei lì da sempre… Come era l’ambiente romano di vent’anni fa e come è quello di oggi?
“Fino a 15 anni fa l’ambiente techno era affermato e godeva del periodo d’oro: il DJ faceva il Deejay, il Promoter aveva la sua mansione, il Pr la sua etc… tutto girava come doveva girare. La gente andava a cercare il party più alternativo, la musica più ricercata, la Techno. L’ambiente romano non era da sottovalutare quando ho iniziato ad andare a ballare, da più giovane nei clubs, dove era già affermato un movimento tech-electro e si osannavano artisti internazionali come Trentemøller, John Dahlback, Oliver Huntemann etc. Poi da quando ho iniziato anche a lavorare come dj nei clubs e quindi muovendomi all’interno di certe dinamiche, vivendo la nightlife romana, frequentando non solo djs ma anche pr e organizzatori, ho visto “il dietro le quinte”, in cui ancora si faceva gruppo tra djs e promoter, tutti che spingevano in una direzione facendo forza-lavoro unica, sostenuti pure dalle più celebri radio. Poi pian piano ho visto crollare tutto, si è persa la voglia di fare crew e ognuno voleva scavalcare l’altro, con promoter a farsi serate contro, azzerandosi a vicenda… e il pubblico, faceva a gara a chi offriva di più al dj guest internazionale per accaparrarselo. Dopodiché vidi grossi party romani, famosi anche in tutta Italia, ormai finire in un limbo dove intere comitive per un paio di generazioni, ogni settimana si riunivano per andare a ballare e il dj resident era più atteso quasi più della guest, perché vero padrone di casa che trainava la folla. Adesso invece ci sono le piccole realtà di clubetti dove con difficoltà i promoter riescono a malapena a pagare l’affitto e giovani dj quasi obbligati a gareggiare, per portare più persone possibili, per avere un posto in console, senza nemmeno un cachet. E quindi l’esigenza di chiamare il dj guest e pagarlo profumatamente, sperando che il nome noto richiami più pubblico. Cosa che ormai da anni fanno le grosse realtà: vedi solo le super guest senza dare la minima possibilità a dj locali, magari con un background di tutto rispetto, sia a livello nazionale che internazionale, di emergere. Ergo si è persa la concezione del DJ, del Club, dove il promoter della serata, spesso non intenditore del genere musicale, guarda solo il modo più facile per lucrare. Qualità spazzata via”.
Una situazione tutta italiana che sembra ripetersi in ogni ambiente. Hai notato differenze con gli altri posti del mondo?
“Ho collaborato e collaboro con molti artisti internazionali e molte etichette. Anche all’estero ho visto questo cambiamento ma la differenza è che la figura del dj è rispettata al contrario di qui. Gli addetti ai lavori sanno che non si tratta solo di spingere due bottoni, che dietro ci sta un produttore che come me passa ore ed ore in studio, e vive tutte le frustrazioni e insicurezze per i fallimenti, investimenti su attrezzature necessarie, lo studiare e aggiornarsi sulle novità, ed anche questi maledetti social ormai fondamentali”.
Attualmente stai promuovendo un progetto o più progetti? Di che si occupa la tua etichetta discografica?
“Attualmente sto promuovendo il progetto Sisko e affianco anche un altro mio pseudonimo (Klaark) tentando di valutare anche altre alternative laddove se ne presentino. Anche se fare techno nel 2019 significa un po’ adattarsi senza standardizzarsi sullo stesso stile. Io ad esempio vario dalla techno più melodica dalle pause progressive, a quelle più acid raw. Anche perché quando metto i dischi nei locali non mi piace fare il set piatto ma bensì in un escalation di brani diversi che hanno un filo logico; ogni set è un viaggio. La mia etichetta, la Gain Records, ovviamente si occupa di musica techno ma è anche un brand con cui promuovere gadgets e organizzare party con artisti interni. Ad esempio, ogni anno ad Amsterdam per l’ADE (Amsterdam Dance Event) ci riuniamo un gruppo di producers e djs e suoniamo nei club… facciamo veri e propri showcase e network meeting, dove ci si incontra tra artisti internazionali, spesso di persona, per la prima volta”.
Oltre l’ADE hai in programma altre date importanti?
“Date programmate come rilasci discografici si, in continuità. Recentemente ho rilasciato un singolo con la nota etichetta Suara ed il disco è arrivato in top 20 nella classifica techno di Beatport, poi il 22 marzo finalmente ho debuttato nella pregiata e nota Intec Digital del celebre dj Carl Cox, il quale suona e supporta i miei brani da parecchi anni. Dopodiché ho molti remix in uscita con la mia label, ed altre uscite per altre etichette verso l’estate. Nel frattempo sto lavorando al mio album da un paio di anni, con sonorità che variano non solo nella techno. Per quanto riguarda le serate sono dj resident rotation al Cyborg Disco ad Attigliano, dove mi esibisco una volta ogni mese e mezzo 
circa, poi ho altre date europee come in Grecia e Olanda e anche qualcosa qui a Roma, dove mi capita spesso di collaborare quando i promoters mi chiamano per affiancare i dj guest famosi.

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