Alter Bridge: “One Day Remains” (2004) – di La Firma Cangiante

Gli Alter Bridge nascono da una costola dei Creed. Anzi no. Gli Alter Bridge sono i Creed che a un certo punto perdono una costola (che per comodità chiameremo Scott Stapp). In natura però nulla si distrugge e tutto si trasforma così ai Creed spunta una nuova costola (che per comodità chiameremo Myles Kennedy) e l’entità Creed si trasforma nell’entità Alter Bridge. Questa è stata la teoria dominante fino al 2009, poi i mezzi a disposizione della scienza si sono evoluti e la teoria è stata rivista e corretta. Secondo le correnti di pensiero più moderne l’entità Creed/Alter Bridge non subì alcuna mutazione, si trattò invece di un caso di moltiplicazione, atipico, per svariati motivi. Intanto di solito sono le cellule a moltiplicarsi e non le costole, e questo resta un mistero inspiegabile. Inoltre, per diversi anni l’entità Creed, pur avendo elementi in comune con la nuova entità Alter Bridge, rimase nascosta per ricomparire integra appunto nel 2009, da qui la nuova teoria. Ad oggi le due entità proseguono in indipendente la loro esistenza pur avendo in comune le particelle denominate Tremonti/Marshall/Phillips (altro mistero). Si osserva come dalla nascita dell’entità Alter Bridge questa abbia preso il sopravvento sull’entità quasi gemella che risulta semi-dormiente dal lontano 2009. L’evoluzione degli Alter Bridge (parliamone pure al plurale) è stata rapidissima, riuscendo a trasformare nel giro di pochissimo tempo una costola in una rock band solo a volte metal oriented. L’affaccio al mondo del rock, a discapito di quello scientifico, avviene nel 2004 con il grintoso album d’esordio “One day remains”, al quale tocca il fardello di non far rimpiangere le prime prove dell’entità madre rimasta nei cuori dei più e all’apparenza anche più remunerativa in venali soldoni. A conti fatti e con le due entità scaraventate sui piatti non del vinile ma della bilancia, sarà difficile vedere un fan della prima entità storcere il naso come se avesse annusato un calzino sudato dopo aver ascoltato il lavoro della seconda. I punti di contatto non mancano, come è inevitabile che sia, avendo le due entità (che per comodità chiameremo da ora in avanti band) in comune le particelle di cui sopra che in entrambe le formazioni si fanno carico di portare avanti una sezione ritmica compatta e coesa. Il talento di Myles Kennedy, al pari di quello di Mr. Ripley, è innegabile e controllato con grande maestria, l’apporto del cantante al gruppo è importante per talento ma ancor più per capacità interpretativa, qualità che in alcuni casi riesce a cambiare la faccia di brani altrimenti risaputi. Il rock della band (chiamarlo metal ci sembra esagerato, anche se diverse virate in quel senso ci sono anche) gode di un impatto energico e compatto, magari non eccezionale per varietà, basato sulla formula s/r/s etc… in ogni caso funziona. I temi delle liriche girano più che altro sulla difficoltà di affrontare la vita giorno per giorno e sulla speranza di non doverle affrontare in solitaria. Niente di nuovo sotto il sole, in compenso tanta grinta stemperata da un cantato melodico e avvolgente che grazie proprio alla voce di Kennedy (reclutato anche da Slash, ma evitiamo di parlare nuovamente di costole) rende i brani alla portata di tutti o quasi. Quando il ritmo rallenta (mai troppo) è proprio quello il momento di apprezzare le doti del vocalist che raggiunge le più alte vette emozionali nel brano In loving memory, esibendo un misto di dolcezza e forte coinvolgimento che non lascia indifferenti. Le dita di Mark Tremonti funzionano bene (non tutti i Tremonti vengon per nuocere) e all’interno di un album che si ascolta con piacere (ogni tanto) i buoni pezzi non mancano e, prima o poi, si spenderanno due parole anche per i Creed.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *