Altare Thotemico: “Selfie Ergo Sum” (2020) – di Alessandro Freschi

Faccine colorate, anime anestetizzate. Selfie ergo sum’… 
Vuoto Pneumatico“, “Moloch“, “Tazabao“, “Mantra Informatico“. Sono queste le policromatiche identità sonore dentro le quali, in questi ultimi anni, ha albergato l’estro creativo di Gianni Venturi. poeta, pittore, ricercatore vocale e anarchico animale da palcoscenico. L’artista bolognese da sempre ha privilegiato convogliare le proprie energie ed attenzioni in direzione di progetti dove l’espressione viscerale, svincolata da qualsiasi forma di compromesso di comodo, riuscisse ad occupare incontrastata il centro del proscenio. Adesso, a sette anni da “Sogno Errando”, Gianni riprende in mano una delle sue creature più energiche, l’Altare Thotemico, per tornare ad raccontare, attraverso una perspicace prospettiva ‘politically incorrect’, i drammi di una società moderna sempre più in ostaggio dell’esaltazione di modelli ingannevolmente deleteri nonché vittima di una crescente discriminazione razziale e degli incontrollabili mutamenti climatici.
Per questo nuovo ‘viaggio sonoro’ intitolato “Selfie Ergo Sum” (2020) Venturi si avvale del supporto di una giovane line-up totalmente inedita; Marika Pontegavelli subentrata alle tastiere a Leonardo Caligiuri, si esibisce in suggestivi duetti vocali con lo storico fondatore della band mentre Filippo Lambertucci e Giorgio Santisi pilotano la sezione ritmica in originali territori avant-garde sospesi tra hard, psichedelia e jazz-rock dove sovente l’arcigno mood del chitarrista Agostino Raimo incarna la parte del leone. In tutto nove tracce in scaletta, inaugurate dagli arpeggi rarefatti di Non in mio nome, maliosa declamazione contro i signori della guerra (‘Spezza il fucile non hai una bandiera, il vessillo che sventola ha i colori della pace.’) che anticipa le tribali pulsazioni di Game Over, disperato grido di sofferenza di un pianeta alla deriva (‘Brucia la terra, la foresta boccheggia. Mare di plastica che brucia’).
Se convulse atmosfere fusion si intervallano a oniriche dilatazioni nel raccontare ‘le tre partizioni dell’essere vivo’ in Schopenauer, una delicata litania apre le inquiete arie di Madre Terra, gracile tributo alla creazione scandito da memorie nostalgiche di un mondo perduto (Mi ricordo il bimbo che ero in un mondo sottile, del latte appena munto, la ricotta, l’agnello che bela’). Ologramma Vivo agita la sua poesia rabbiosa tra le sue grinze di graffianti riff hard e possenti diagonali di sax (Emiliano Vernizzi), mentre le scandite palpitazioni desertiche di Luce Bianca esaltano la persuasiva osmosi tra la preghiera carnale di Venturi e i seducenti vocalizzi di Marika Pontegavelli (‘La tradizione religiosa occidentale, s’inginocchia ai piedi di un Dio mediorientale.’), rivelandosi con la novella folk Bianco Orso tra le tracce più azzeccate dell’ammirevole progetto. Avviluppata nel nulla di essenze trasparenti appare la società immortalata nel brano che dà il titolo all’album Selfie Ergo Sum. Apparire per essere, designare la propria esistenza-presenza attraverso un autoscatto fotografico al fine di riempire uno spazio nell’impalpabile branco virtuale.(‘All’interno di un video dissociante nulla traspare e tutto il lieto appare. Nell’illusione patinata la felicità virtuale è assicurata.’)
Una appassionata invettiva, con la quale l’artista emiliano cerca di scuotere quelle coscienze che, anestetizzate dalla rete, si prodigano nella costante ricerca della maschera giusta per riuscire ad incasellare un ‘like’ di più. L’epilogo è affidato ad una struggente Poesia Crepuscolare, nella quale particolarmente apprezzabile si palesa il contributo offerto dal trombettista-jazz modenese Matteo Pontegavelli ( Quando gli angeli sognano la poesia l’anima assolata accoglie il verso. Nel giorno del risveglio). Forte di una grafica di grande effetto ideata dal compagno di viaggio Gigi Cavalli Cocchi, “Selfie Ergo Sum” è l’ennesimo atto di coraggio di Venturi, sofisticato e tenace cantastorie di tempi bui e minacciosi, da sempre fuori dal coro. Un disco emozionante per sonorità e contenuti dove emerge nitida l’anima furibonda di un ammirevole artigiano della sperimentazione e del talentuoso ensemble al suo seguito. Il rigenerato Altare merita molto più di una semplice attenzione. Sostanza e non apparenza.

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