Alt-J: “Breezeblocks” (2012) – di Flavia Giunta

Eli torna a casa dal lavoro e sa già che lo troverà lì. Al suo posto, eterno, immutabile. La costante della sua vita. Si erano innamorati follemente due anni prima, quando lei vagava triste come un’anima in pena, cercando disperatamente qualcuno che la amasse. E l’aveva trovato. Fabio l’amava esattamente per quella che era: piccola, fragile, dolce, impaurita. O almeno, così lei si sentiva di essere. Lui l’aveva presa sotto la propria ala protettiva e l’aveva fatta sentire più forte con il suo amore. Almeno ai primi tempi. “Lei trattiene l’urgenza di correre via / ma la tengo ferma con vestiti sudici e mattoni”. Eli era stata così contenta di trovare l’amore in Fabio che per la prima volta in vita sua provò il sentimento della gelosia. Stava talmente bene con lui da volere che fosse solo suo, voleva essere soltanto sua. Anche lui a volte era geloso, e a lei questo piaceva, si sentiva avvinta da una morsa calda e confortevole che non l’avrebbe mai fatta cadere o lasciata sola.
Quando lui cominciò a scherzare prendendole il cellulare per controllare i messaggi lei non ci fece tanto caso, perché non aveva segreti per lui, lui era tutta la sua vita ormai.
“Cetirizina, la tua febbre mi ha afferrato di nuovo / Non mandi mai baci alla fine degli SMS, ma solo punti”. Anche nel momento in cui si ritrovarono a parlare di facebook, dell’utilità dei social network, lei capì che lui aveva ragione: non aveva senso starci se ormai ti sei creata la tua cerchia, se hai trovato il tuo partner. Perché mostrare la tua vita a perfetti sconosciuti? Eli cancellò il proprio account. Adesso aveva più tempo per dedicarsi a sé stessa, ai propri interessi che per lo più giravano intorno a una sola persona: il suo Fabio. “Lo sai dove vanno le cose selvagge? / Procedono in avanti e ti rubano il tuo miele”. Un giorno in cui era passato a prenderla dal lavoro, all’orario di chiusura del negozio, Fabio vide che Eli parlava con Filippo.
Filippo era un collega di Eli, lavoravano insieme da qualche mese e ogni tanto lui le portava il caffè nei momenti liberi dall’assedio dei clienti. Poi scambiavano quattro chiacchiere e a fine giornata si salutavano. Eli arrivò alla macchina di Fabio con un sorriso, felice di vederlo, solo per sentirsi tempestare di domande riguardo a quel ragazzo con cui lei stava parlando all’uscita del negozio. Lei gli spiegò chi fosse Filippo, era un po’ turbata da quell’interrogatorio ma poi capì che la reazione di Fabio era normale. In fondo Filippo era pur sempre un ragazzo e si sa che i ragazzi hanno in mente solo una cosa, come le ricordò FabioEli si strinse nelle spalle, si scusò con Fabio e decise di non farlo più preoccupare. Lo amava troppo per dargli certi pensieri. Gli scoccò un bacio e tornarono a casa, dove da qualche tempo abitavano insieme.
“Scoppia a piangere, ora piangi, prepariamo la colazione, adesso mangiamo, amore mio, amore mio, amore, amore”.
Una sera di qualche mese dopo, invece, Fabio tornò a casa arrabbiato per altri motivi. Aveva avuto problemi al lavoro e per calmarsi all’uscita aveva fatto una sosta al bar. Eli notò che puzzava un po’ di alcol ma non gli disse nulla. Neanche quando lui iniziò a dirle cose cattive lei fece nulla. Sapeva che era preso dal nervosismo del momento. Non intendeva davvero dirle quelle cose, né quella volta né le volte successive. Eli lo sapeva perché, tutte le volte che succedeva, al mattino successivo Fabio la copriva di baci e attenzioni e facevano l’amore, e nulla era cambiato fra di loro. Erano solo momenti passeggeri. Infatti non lo raccontò a nessuno.
“Muscolo contro muscolo e piede contro piede / La paura mi ha afferrato, ma eccomi qua / Il mio cuore si spezza mentre salto su / La tua mano si aggrappa all’altra mentre i miei occhi si chiudono”. Adesso Fabio non lavorava più. Stava tutto il tempo a casa mentre Eli era al negozio, cercava annunci di lavoro, o così diceva. Aveva preso l’abitudine di comprare superalcolici e consumarli direttamente a casa, nei momenti di tristezza.
Eli tornava a casa e lo trovava sul divano, la bottiglia poco lontana, l’espressione annoiata e distante. Non veniva più neanche a prenderla. Quella volta in cui Eli provò a dirgli di non esagerare con l’alcol, Fabio si arrabbiò moltissimo. Come faceva a non capire, quella stupida, che non ci fosse nulla di male e che poteva benissimo controllarsi? Ma no, lei alzò leggermente i toni, per la prima volta nella loro storia. Dopo lo schiaffo, però, non lo fece più.
“Lei si ferisce, tossisce, sputacchia colpi di pistola / la trattengo con vestiti sudici e mattoni / Lei è morfina, regina del mio vaccino / Amore mio, amore mio, amore, amore”. Anche quella sera Eli tornò a casa e lo trovò mezzo ubriaco sul divano. Ma stavolta era Fabio che aveva qualcosa da rimproverarle. Aveva saputo che lei aveva parlato con sua madre dello schiaffo, degli schiaffi. Era così arrabbiato, ma anche impaurito, perché se lei se ne fosse andata sarebbe finito tutto. Non l’avrebbe lasciata andare, non poteva permetterlo. La afferrò per il braccio, le strinse le mani attorno al collo esile. Le domandò se lo amava ancora.
Quando Fabio vide gli occhi di Eli esitare, spalancati per il terrore e per la forte stretta, la risposta che tardava ad arrivare, la furia montò in lui. “Germolene, disinfetta la scena, amore mio, amore mio, amore, amore / Ti prego non andare, ti amo così tanto… Mia bella / Ti prego non andare, ti prego non andare / Ti amo così tanto, ti amo così tanto / Ti prego, spezza il mio cuore”. Adesso Eli giaceva sul pavimento, il volto cinereo, gli occhi ancora spalancati, una piccola macchia di sangue che si espandeva sotto la testa fratturata. Ma era così ferma e arrendevole. Fabio non l’aveva mai amata così tanto. “Ti prego non andare, ti mangerò tutta / Ti amo così tanto…”.

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