Alphataurus: “Alphataurus” (1973) – di Alessandro Freschi

Lasciatosi alle spalle il sorprendente successo del “Concerto GrossoVittorio De Scalzi, voce-chitarra nonché fondatore dei New Trolls, nel 1973 decide di lanciarsi in un’inedita avventura discografica in compagnia del fratello Aldo (futuro membro dei Picchio dal Pozzo) inaugurando nella natia Genova lo studio di registrazione Studio G. e parallelamente le etichette Area Record e Magma. Se la prima delle due appendici del progetto è intenta nella cura di alcune formazioni locali legate al folk (su tutte I Trilli, duo ligure che ritroveremo in un Sanremo di metà ottanta con Pomeriggio a Marrakesch) la Magma, supportata nella distribuzione dalla Ricordi, punta i riflettori sul progressivo italiano, dinamico scenario nel quale i De Scalzi si muovono con una certa dimestichezza. Le attenzioni ricadono così su un quintetto meneghino messosi in luce al Palazzetto dello Sport di Reggio nell’Emilia in occasione del II° Raduno Davoli Pop, evento patrocinato dallo storica rivista Ciao 2001 al quale intervengono tra gli altri Banco, N.T. Atomic System e Balletto di Bronzo. Con un moniker preso in prestito dal nome della gigante arancione della costellazione del Toro, gli Alphataurus con il loro debut-act eponimo si arrogano l’onore di tenere a battesimo il catalogo della neonata label. Una candida colomba sorvola lande martoriate da un verosimile conflitto atomico. Ambiguamente il volatile, stringe stretto nel becco un allegorico ramoscello d’olivo mentre è intento nello sganciare metallici ordigni sul panorama sottostante. Apribile in tre parti e caratterizzata dal tratto del padre del “movimento cellulare“, il pittore brianteo Adriano Marangoni, la suggestiva cover-art di “Alphataurus” (1973) occupa di diritto un posto nell’élite delle auree opere d’arte prog seventies.
Cinque tracce in totale, poco meno di tre quarti d’ora di musica, per un disco che prende le distanze da impegnate tematiche socio-politiche e si sofferma ad analizzare le ancore di salvezza umane di fronte all’imperversare delle negatività e lo smarrimento esistenziale. Un approccio cattolico, catechistico, che inevitabilmente viene snobbato dalle frange estreme e politicizzate del movimento pop. Un vero peccato perché “Alphataurus”, che in seguito verrà a ragion veduta rivalutato, è un lavoro nel quale sono apprezzabili elementi qualitativi non sempre presenti in album dell’epoca. Gli Alphataurus possono sfoggiare, a differenza di altre band, un cantante diruolo“, il ventenne barese Michele Bavaro, in possesso di timbrica possente e “pathosinterpretativo nonché di una pregevole tecnica collettiva dove, in virtù di inequivocabili rimandi ispirativi, emergono nitide le emersoniane evoluzioni (tipiche di alcuni lavori successivi dei Goblin di Claudio Simonetti) del tastierista Pietro Pellegrini, abile nel destreggiarsi tra moog, vibrafono e spinetta ed autore delle musiche. Le liriche, a differenza, nascono dalla collaborazione tra il gruppo e De Scalzi e vengono depositate in S.I.A.E. da quest’ultimo con lo pseudonimo Funky. A completamento della line-up intervengono il chitarrista Guido Wassermann e la sezione ritmica composta da Alfonso Oliva (basso) e Giorgio Santandrea (batteria e timpani).
Credevi di avere il mondo in un pugno. Ma un pugno di semi non puo’ darti la realta. La concessione del perdono, l’errore umano, il Peccato d’Orgoglio; tra orditi cantautorali e riverberi floydiani i dodici minuti della suite introducono l’album precedendo le agitate e malinconiche screziature hard-rock di Dopo l’Uragano, traccia imperniata sulle solitudini umane e le dolorose lontananze (“Non vedo la mia gente, le strade son deserte. Mi guardo intorno e sento la vita che se va“). Solennemente sinfonico l’intermezzo strumentale Croma, da perfetto spartiacque, si colloca a centro scaletta suggellando la prima facciata. Riflessi space-rock, oscillatori e vibrafoni disegnano le impressioni universali de La Mente Vola (“La voglia di pregare ora sai cos’è. La forza di sperare, lassù qualcuno c’è“) non disdegnando discese tra ritornelli e falsetti di “newtroolsiana” memoria. Crepuscolo psichedelico Ombra Muta, rovista tra le ansie e le penombre notturne in cerca di miraggi liberatori. (“All’improvviso poi mi son svegliato. Avevo la tua voce nella mente. Ad un passo sono tra la riva ed il mare a guardare la strada per ricominciare“). Vittima di un destino avverso, condiviso con altre realtà musicali dell’epoca, il gruppo conosce una perentoria e prematura sospensione delle attività a causa del basso numero di vinili venduto. L’abbozzato ideale seguito di “Alphataurus” finisce mestamente in un fondo di cassetto; solamente nel 1992, grazie al patron della Mellow Records, vengono recuperati i provini strumentali registrati con l’AKAI stereo di Pellegrini e raccolti in un disco intitolato “Dietro l’Uragano”.
I percorsi artistici di Pellegrini, Wassermann e Santandrea tornano ad incrociarsi nel 2009 quando, supportati da alcuni giovani musicisti, riportano alla luce il progetto originale. Dopo aver preso parte, nel novembre 2010, alla ProgVention tenutasi al Bloom di Mezzago in compagnia di altre due formazioni storiche come Garybaldi e Locanda della Fate
redivivi Alphataurus pubblicano “AttosecondO”, album con il quale simbolicamente viene chiuso il cerchio sul lavoro lasciato in sospeso circa quarant’anni prima. Aldilà delle inedite tracce d’apertura Progressiva-Mente e Gocce, il disco distribuito dalla AMS Records propone infatti in versione finalmente completa e definitiva Claudette, Ripensando e … e Valigie di Terra che altro non sono che gli approssimativi demo della raccolta Mellow. Ancora una volta la realizzazione del surreale dipinto della cover viene affidato a Marangoni, che immagina fantastiche volte celesti affollate da braccia trasformate in tronchi d’albero e protese verso la sommità. Un’opera che si rivela interessante nel suo complesso anche se di caratura inferiore rispetto all’indimenticabile 33 giri di debutto del 1973. E non avrebbe potuto essere diversamente.

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