Allevi a Sanremo 2015 – di Francesco Cusa

Ho lasciato trascorrere un po’ di tempo, occorreva far decantare questo evento. Scarpe da tennis, jeans, riccioli e occhiali. Eccolo sul palcoscenico del Teatro Ariston a impers(u)onare la tirannia del significante. Allevi è la voragine semantica che legittima il fantasma, il terrore del vuoto colmato dalla traversata dello spettro. Pura densità effimera, Egli è calamita/calamità attrattiva dei significanti nel misconoscimento macroscopico del Significato. Allevi suona di certo poi “anche” il piano. Ma nessuno “ascolta”. Il godimento (la jouissance) dello spettatore vive nella danza del ricciolo, nell’anomalia degli occhiali da vista, nella scarpa da ginnastica, insomma nell’arredo feticistico, giacché il materiale musicale è viceversa dominio della pulsione di morte, del soffio mefitico della Fine di Tutte Le Cose.
Il vestito pseudo-colto che avvolge come un sudario l’oggetto estetico “Musica”, ha dunque una valenza tautologica, quella del richiamo cimiteriale allo Zombie delle Musiche al fine d’agghindare il cadaverino del feto morto. Dante condannerebbe di certo nel limbo il ragazzo, o meglio la sua creaturina mai nata, negherebbe insomma a questo insieme di suoni necessità espressiva, legittimazione all’esistenza. Cigola da qualche parte nell’Oltremondo la ruota karmica con tutti i suoi ingranaggi, e non è dato noi sapere del perché di questa Manifestazione Oscena.
Di certo sappiamo alcune cose: 1) che la pulsione di morte altro non è che la maschera dell’ordine simbolico e che dunque Allevi è il nocchiero del Lete. 2) che il suo compito è quello di traghettare (assieme ad altri demoni) lo spettatore medio verso l’eutanasia sinestetica. 3) che il sintomo sociale è personificato dalla montatura dei suoi occhiali da vista. Dietro Allevi insomma non c’è che il Nulla, ovvero l’Immane. Lacuna pregna di densità effimera, pulsante. Egli “riempie” la nostra angoscia e ha il compito sadico di riportarci alle Leggi di Natura; è un Officiante del Rito, uno ierofante del nostro contemporaneo deprivato del/dal Mito.
Il suo ruolo parassitario è dunque materiale attinente al Sacro. In qualità di moderno Cristo, Egli si fa carico di tutto ciò che è mancante, incarna e sussume in pochi gesti, in piccole lancinanti frasi e infine al piano la quintessenza della Cosa, ovvero di quell’agglomerato irriducibile che, ancora, giustifica (giustificherebbe) le nostre esistenze. Allevi è un candidato al sacrificio: mostra noi la Via riempiendo un vuoto semantico di Sé, delinea il nostro Nuovo Viaggio nel contrasto, nell’alterità. “Ascoltiamolo” dunque.

da “Il surrealismo della pianta grassa” di Francesco Cusa (Algra Etitore 2019).
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