“Alla fine giunse il corvo” – di Ginevra Ianni

Quando Noè fece salire gli animali sull’arca li convocò tutti con l’aiuto di nostro Signore ma non giunsero tutti contemporaneamente. I primi furono i cani ed i lupi, poi le bestie selvagge, gli insetti, le giraffe, le creature che strisciano (che si sa ci vuol più tempo), poi i ragni, le balene, i gufi e gli avvoltoi. Lentamente, a piacer loro, vennero i gatti e alla fine giunse il corvo. Comparve piccolo all’orizzonte e si posò leggero sul bordo dell’arca, un po’ distante dagli altri che entravano rumorosamente. Normale. Tutto nero, mai allegro, solitario, non era molto popolare tra le altre bestie del creato, uomini inclusi, ed anche il corvo dal canto suo, non era poi tanto convinto di doversi unire a questa variegata combriccola ma il cielo era scuro da troppi giorni e i tuoni rombavano cupi dietro le nubi: qualcosa sarebbe accaduto ed esso intelligente com’era, aveva intuito che era tempo di andare. Vennero le piogge, le acque ricoprirono il mondo ed il corvo trascorse il suo tempo sull’arca galleggiante appollaiato su un’alta trave, guardando tutto e senza farsi guardare. Per giorni osservò quel microcosmo che viveva sotto di sé e vi ritrovò esattamente lo stesso mondo che il diluvio stava cancellando: stesse invidie, stesse miserie, bestie e umani, ma con l’aggravante di stare sempre gli uni addosso agli altri. Con il trascorrere dei giorni si convinse sempre più che salire sull’arca non era stata una buona idea finché Noè in persona non venne a cercarlo. Lui, proprio lui. Voleva il corvo, chissà perché, l’uccello nero senza amici. Ne fu sorpreso ed anche spaventato poiché pensava di essere stato dimenticato e quindi non credeva l’uomo si ricordasse di lui in quella babele di barriti e ragli. “la pioggia è cessata, vola in alto più che puoi sopra l’arca, cerca la terra e portacene notizia. Vai”. Il corvo saltò dai capelli dell’uomo che lo aveva portato all’esterno e prese slancio per volare in alto. Finalmente libero. La sensazione fu inebriante, librarsi senza peso nell’aria nuova, pulita, fu per lui una rinascita. Volò a lungo scrutando l’orizzonte e sotto di sé alla ricerca di terra finché una linea grigia si stagliò tra mare e cielo, diversa da tutto quel blu. L’uccello la raggiunse e posò, primo tra tutti, le zampe su quel nuovo inizio della storia del mondo. Alberelli teneri crescevano per diventare foreste, l’erba ondeggiava nuova e verde. Terra nuova e silenzio come il primo giorno della creazione. Il corvo si deliziò dell’odore della terra e del fruscio delle foglie, persino le acque dei ruscelli avevano suono e colore più bello di quelle del diluvio. Un mondo nuovo tutto per sé, solo per sé, dove nessuno lo avrebbe guardato con sospetto o diffidenza. Dove nessuno lo avrebbe guardato. C’erano rametti teneri per fare un nido e alberi baciati dal sole dalla cui cima per primo avrebbe visto l’alba. Il corvo si mise subito all’opera ma Noè? Avrebbe dovuto ripartire subito per dare agli altri la buona notizia e condurli con il suo volo verso questo nuovo mondo dove tutti avrebbero potuto ricominciare. A scontrarsi. A litigare. A contendersi il territorio. A lottare per gli spazi: I posti migliori ai più forti e ai più furbi, i peggiori agli altri che si sarebbero battuti tra loro per contendersi la loro miseria. Come nell’arca, come prima dell’arca. Con una scrollata furiosa di penne nere il corvo scacciò dalla testa quei pensieri e scordandosi l’arca, zampettò felice in cerca di erbette nuove. Finché non giunse la colomba bianca a cogliere rami d’ulivo da riportare a Noè ma il corvo era già finito chissà dove.

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