Alice In Chains: “Jar Of Flies” (1994) – di La Firma Cangiante

Quanta bellezza si può tirar fuori da dolore, paura, pessimismo e solitudine? Tanta. Davvero tanta. Un oceano di bellezza distribuita in soli sette piccoli e brevi pezzi di musica, bastevoli a soverchiare intere discografie di artisti meno talentuosi. Una bellezza triste ma consapevole, trasparente, scevra d’inutili sfuriate di rabbia, matura e purtroppo profetica. Una bellezza che rimarrà per sempre ma irrimediabilmente irripetibile. Tutta questa triste bellezza, i suoi potenziali sviluppi, sono evaporati e andati via con Layne Staley ormai quindici lunghi anni fa. Degli Alice In Chains, grande band che non era solo Staley (Cantrell firma tutti i pezzi di questo album per dirne una), Jar of flies è l’album al quale siamo più legati, uno degli episodi migliori dell’intero movimento (?) grunge. Solo sette pezzi e quindi nessuna possibilità di sorta di poter inserire in un album perfetto scarti o riempitivi, unica piccola concessione l’interessante intermezzo strumentale di Whale & Wasp che presenta un ottimo arrangiamento e deliziosi contrasti tra la chitarra acida di Cantrell e la delicatezza degli archi aggiunti. A trascinare l’album, primo EP ad arrivare in cima alle classifiche di Billboard, uno tra i pezzi forse più convenzionali di questo Jar of flies ma singolo di rara presa, un brano che ancor oggi ha la capacità di portare chi scrive indietro nel tempo, nel salotto di casa, quando si ascoltava quell’ora di rock che passavano in radio al pomeriggio, appuntamento fisso in numerose giornate d’inverno. Il pezzo era No excuses. Ottimo brano superato però in bellezza da episodi ai quali il tocco triste di Staley infonde una magia inarrivabile, la semplice malinconica solitudine di Nutshell, a proposito di gusci, rende il brano la vera perla nascosta in questa magnifica conchiglia, una confezione ben diversa dal barattolo di mosche citato nel titolo del mini album. Emozioni che emergono da un’atmosfera indescrivibile, il basso di Inez introduce l’ascoltatore in un mondo di note che non possono non essere apprezzate anche da chi non mastica il genere, impossibile non cadere preda del mantra ipnotico cantato dalla voce unica di Staley in Rotten Apple, musica (Musica) di sostanza lontana da orpelli e inutili tecnicismi. L’indole sperduta e fragile di Staley si palesa anche in sfumature più originali, all’apparenza più serene ma sempre malinconiche e tristi, tra armonica e passaggi in stile country e tra le righe di liriche spesso sofferte dalle quali emerge una grande solitudine. Non ci resta che sperare che Layne abbia finalmente trovato in un altrove indefinibile,  quell’agognato place to call home.

Layne Staley: voce. Jerry Cantrell: chitarra, voce.
Sean Kinney: batteria, percussioni. Mike Inez: basso.

01  Rotten apple. 02  Nutshell. 03  I stay away.
04  No excuses. 05  Whale & wasp. 6) Don’t follow. 7) Swing on this.

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