Aliante: “Sul Confine” (2019) – di Alessandro Freschi

Effimere gioie, mutabilità degli eventi, giri di lancetta che imperterriti si rincorrono tra dolorose mancanze e cocenti rimpianti. In equilibrio, sull’orlo di un precipizio, guardando in basso è possibile scorgere istantanee di vite che si muovono “Sul Confine”.
Alfonso Capasso (basso), Jacopo Giusti (batteria) ed Enrico Filippi (tastiere) sono amici da sempre e da sempre condividono lo stesso smisurato ardore per la musica, soprattutto nel fare musica. Già al fianco nella Egoband e nei Radiosfera, i tre musicisti toscani, due anni or sono hanno deciso di convogliare il maturo bagaglio d’esperienza in una nuova avventura artistica. Adottato il monicker Aliante, sotto l’egida del patron Vannuccio Zanella (M.P. & Records), hanno dato alle stampe il loro debut-act discografico “Forme Libere” ricevendo convinti apprezzamenti anche ben oltre le lande italiche. Reduci dalla significativa collaborazione con il compagno di scuderia Renzo Zenobi, (“Volando” del 2018) e con un nuovo logo creato appositamente da OndemediE, gli Aliante tornano in questi giorni con “Sul Confine” (2019), un inedito full-lenght, immancabilmente strumentale, ispirato al romanzo di Dino Buzzati “Il Deserto dei Tartari” (1940).
Sono otto i movimenti che delimitano i confini sonori di questo album dalle tinte oniriche, concepito in tempi relativamente brevi sulle ali di una debordante e spontanea intesa creativa. Otto eleganti improvvisazioni di chiara matrice neo-progressive nelle quali il ben assortito campionario di tastiere a disposizione di Filippi (uno che trasvola agilmente dall’hammond al pianoforte classico) fa “la parte del leone”, giocando a tratteggiare armoniosi motivi regolarmente sorretti dal qualitativo interplay della sezione ritmica Capasso-Giusti. Così, mentre la sovrapposizione di un basso wah wah a taglienti diagonali sintetiche ci teletrasporta nelle cromatiche seventies dell’acquarello Il Quadrato e la raffinata voce di un violino (Marianna Vuocolo) ci culla nelle eleganti arie crepuscolari che si trovano Ai Confini del Mondo, le architetture articolate de Il Cigno, dopo aver attraversato il polveroso orizzonte di un ipotetico duello al sole, riecheggiando Aranjuez e il suo famoso Concierto, si barricano nel mezzo di rarefatti scenari jazz e distensivi arpeggi pianistici.
Metzada, più di qualsiasi altra traccia, sembra rappresentare il trait d’union con l’opera d’esordio e contenere il trademark identificativo Aliante e, se negli orditi genesiani di Tenente Drogo è facile recuperare la melodia di passioni mai sopite, La Rana si rivela incontenibile divertissement imbastito su sostenute linee di basso e una ritmica costantemente preda degli imprevedibili cambi di traiettoria delle tastiere. Una proposta di assoluto livello in cui vengono ribadite le indubbie virtù di un combo che ha abilmente metabolizzato ed in seguito rigenerato, in modo non convenzionale, gli stilemi di genere senza cadere nella trappola della deprecabile “minestrina riscaldata”. Dopo decenni trascorsi “Sul Confine”, un volo radente sull’emozione.

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