Alfred Hitchcock: “Nodo alla gola” (1948) – di Maurizio Fierro

“Rope”. Questo il titolo originale del film di Alfred Hitchcock del 1948, tradotto per le sale italiane in “Nodo alla gola”. The rope, la corda. Quella reale, utilizzata dai due studenti Brandon e Phillip per commettere l’omicidio gratuito del loro amico David, e quella metaforica, che tiene in ansiosa attesa lo spettatore per i circa 80 minuti di proiezione. Ispirata a un celebre fatto di cronaca (il caso Leopold e Loeb), la pellicola del regista londinese rievoca l’omonima pièce del 1929 di Patrick Hamilton, e del canone drammaturgico mantiene le caratteristiche di unità spazio temporale. Una serata come tante, un grande appartamento abitato da due giovani uomini e un party come pretesto narrativo per tratteggiare una di quelle atmosfere innaturalmente rilassate degli anni del dopoguerra in un paese, gli Stati Uniti, sospeso tra la bufera appena diradatasi e l’ottimismo di un benessere auspicato ma ancora da assaporare. Il party allora, topos narrativo ed estetico che, con la sua apparente “joie de vivre”, cerca di rimuovere dalla coscienza collettiva il senso di colpa provocato dal disastro atomico: un qualcosa che è passato ma che rimane come un cadavere nascosto nell’armadio di una nazione. Già: un cadavere… come quello di David, celato in un cassone comprato in Italia da Brandon (un ottimo John Dall che, nell’occasione, offre il meglio del suo repertorio di stampo teatrale) e Phillip (Farley Granger), un cassone che fa bella mostra di sé per tutta la durata del film, e intorno al quale gli ospiti, fra cui il padre, la fidanzata e il migliore amico di David, trascorrono la serata interrogandosi sull’immotivato ritardo della vittima. Fra di loro c’è Rupert (interpretato magistralmente da James Stewart), ex istitutore dei due padroni di casa, un uomo stravagante che ama filosofeggiare e che teorizza a proposito dell’omicidio, “un delitto per la maggioranza, ma una raffinatezza per pochi”, questione scivolosa assai, che diventa l’argomento della serata e apre lo spiraglio in cui si insinua una sorta di elitarismo intellettuale da superuomini nietzschiani che comincia a gravare sui presenti e di cui fa sfoggio Brandon, che ci prende gusto nell’inscenare un sofisticato duello dialettico con il suo ex istitutore. Brandon e Rupert, idealtipi da elevarsi al di sopra dei concetti tradizionali di bene o male e giusto ingiusto, concetti “riservati agli uomini ordinari”, come afferma con un tono gravido di significato Rupert, ora diventato editore, e che apre al sospetto che l’omicidio di David altro non sia che un atto gratuito compiuto per un distorto amore del gesto in sé. “Non mi dite che approvate l’omicidio, è il colmo!”, esclama a un certo punto Janet (Joan Chandler), la fidanzata di David, ma la risposta dell’ex istitutore non lascia dubbi quando afferma: “Può darsi, ma io l’approvo, pensate ai problemi che risolverebbe: disoccupazione, miseria, lunghe fila ai botteghini del teatro…l’omicidio dovrebbe essere un’arte, e come tale il privilegio di commetterlo è riservato a quei pochi che sono veramente qualificati per farlo”. Ecco, i pochi…come Brandon e Phillip, per esempio, a cui Hitchcock regala lo statuto di una supposta superiorità culturale che li eleva al di sopra della morale condivisa con la libertà e la franchezza degli outsider. Tuttavia, il gioco pericoloso messo in scena dai padroni di casa alla lunga mostra la corda (sempre lei), e l’ex istitutore comincia a covare qualche sospetto, avvalorato in questo, dall’atteggiamento del tormentato Phillip, troppo evasivo e preoccupato, visibilmente soggiogato dalla personalità dell’amante… e sì, perché Hitchcock, pur non esplicitandolo, adombra l’ipotesi di un rapporto omosessuale fra i due. Argomento scottante, da cui tenersi debitamente alla larga, perché in quegli anni sulle produzioni hollywoodiane incombe l’occhio inquisitore del Production Code, diktat censorio ideato da Will Harrison Hays, a lungo presidente dei produttori cinematografici degli Stati Uniti e codificato in linee guida che statuiscono ciò che è moralmente accettabile, bandendo tematiche ritenute poco virtuose e non consone agli standard di decoro pubblico. Come l’omosessualità, che tuttavia incombe sul film come una presenza che sembra possedere massa fisica. Quando esce nelle sale cinematografiche, il 25 settembre 1948, l’undicesima pellicola del periodo americano di Hitchcock (la prima ad abbandonare il canonico bianco e nero per privilegiare il colore) lascia a dir poco perplessi critica e pubblico, disorientati dall’approccio sperimentale del film. Perché è un linguaggio cinematografico poco convenzionale, quello di “Rope”, che lascia spazio a una sorta di “black comedy” in presa diretta con il ritmo di un dramma teatrale, dove i prolungati piani sequenza esaltano monologhi che, come riff interiori, sembrano richiamare il ritornello costante del delitto perfetto ma, il delitto perfetto non esiste, perché esistono solo indagini imperfette, come ben comprende Rupert che, alla fine, smaschera i due sodali, costringendoli a confessare e intuendo, come colto da un’improvvisa resipiscenza, i potenziali effetti nefasti del relativismo morale di certe sue disquisizioni filosofiche: una miccia corta pronta a innescare l’esplosione di violenza in personalità deboli o afflitte da un patologico narcisismo.

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