Alfie… noi e la morte certa – di Cinzia Farina

Un gran parlare, come fu per Charlie. Un avvitarsi inutile tra diagnosi mediche, questioni legali, controversie internazionali e immancabili speculazioni politiche. Quale la malattia, quale la causa e quale la prognosi, quanto spazio per ipotesi, quanto per certezze. L’ospedale e i medici curanti, tutto perfetto o qualche ombra da approfondire. La legislazione di una nazione sovrana, quali i limiti e le contraddizioni. Le interferenze internazionali, italiane, quanto legittime e quanto strumentali. La solidarietà universale, quanto autentica, quanto superficiale o voyeristica. Un magma indistinto di informazioni continue spesso contrastanti e dunque incerte, fluttuante tra medicina, etica, politica, senso comune, con tizzoni sparsi, nella diffusione mediatica, di crudeltà e violenza giudicante. Aldilà di tutto questo ribollire, pochi in realtà i punti veramente nodali. Primo: la medicina non è una scienza esatta. Se è vero che il corpo umano, soprattutto nel suo funzionamento complessivo e nell’intreccio di psichico e fisico, nonostante gli incommensurabili progressi di conoscenza, conserva ancora un’importante quota di mistero. Non è una scienza esatta, ma un “cammino” che si costruisce e conferma attraverso dubbi e verifiche, un continuo interrogarsi  e non riposare su dati ritenuti certi e intoccabili fino alle conquiste seguenti. Quando ci si trova di fronte a una patologia sconosciuta, come era quella di Alfie, per quanto ritenuta irreversibile e incurabile, non si può essere impermeabili ad alcuna ipotesi, non tanto di guarigione, quanto di un andamento più favorevole in relazione alla sofferenza e alla durata temporale. Prudenza sarebbe stata d’obbligo. Il piccolo, che avrebbe cessato di vivere appena staccato dal respiratore, è vissuto poi, aldilà di ogni previsione, per cinque giorni ancora. Prudenza e un briciolo di umiltà, di fronte all’imprevedibile (se non si vuole chiamare mistero) della vita e della morte, di ogni malattia e ogni guarigione. Oggi evidentemente virtù da cancellare, in favore di più semplici, sicure e  remunerative “certezze”, con criminalizzazioni annesse di medicine parallele e medici dissenzienti. Secondo: il corpo è un limite inviolabile di fronte al quale qualsiasi legge e qualsiasi stato deve fermarsi. Il mio corpo e quello dei miei figli. Per i figli decidono i genitori, nessun altro. Non serve appellarsi a casi estremi, per i quali vige il diritto penale. I genitori di Alfie andavano accompagnati a una scelta, supportati e consigliati, non obbligati a staccare la spina. Terzo: in un mondo in cui le merci circolano liberamente, gli esseri umani si incagliano tra i fili spinati degli Stati e delle coscienze… e non vale metterli strumentalmente gli uni contro gli altri. Stiamo accettando regimi polizieschi e militarizzati tra i cui manganelli finiremo tutti prima o poi, non solo quelli che chiamiamo “clandestini” alle frontiere o il piccolo Alfie e la sua famiglia prigionieri di un ospedale presidiato da quasi un centinaio di poliziotti. Mentre dormivamo ci hanno detto che per sentirci sicuri è meglio così. Credo sia ora di svegliarci. Quarto: la morte si accetta. Certamente. Anche se d’altra parte viviamo in una società che la nega, la esorcizza, la riduce a spettacolo o altrimenti la nasconde. Anche la morte inoltre ha oggi contorni imprecisi. Possiamo sembrare morti e non esserlo. Possiamo sembrare vivi e non esserlo. La tecnologia ci fornisce macchine e protesi in quantità. Come contropartita non saremo noi a decidere quando usarle e quando smettere di usarle. Alfie non era clinicamente morto, non era in coma, non era sopraggiunta la morte cerebrale. La decisione di staccare la spina (non c’entra la sofferenza del bambino, facilmente rimediabile con i mezzi oggi a disposizione) nasce dalla “previsione di una morte certa”. Hanno anticipato. Tutto qua. Di fronte alla prospettiva di “una morte certa”, la vita perde dunque valore. Questo messaggio esce. Ma… poiché la prospettiva di morte certa è il comune orizzonte di noi tutti esseri umani… noi tutti, dico, ci sentiamo proprio tranquilli?

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