Alexandre-Marius Jacobs: rubare per l’Anarchia – di Maurizio Fierro

Sabato 28 agosto 1954 – La siringa era pronta da tempo. Alexandre osservò la pioggia che continuava a cadere incessantemente, formando una cupa foschia sopra le case. Tutt’a un tratto sulle sue labbra aleggiò un pallido sorriso. Chiamò a sé Negro che, docile, lo raggiunse accucciandosi fra le sue gambe. “Negro, vecchio mio, è arrivato il momento di andarcene, sai?”, disse. Poi, con in mano la siringa, Alexandre si avvicinò al vecchio cocker. Lo accarezzò per l’ultima volta, e dopo averlo stretto a sé, con delicatezza, gli iniettò la dose letale di morfina. Alexandre e Negro rimasero a lungo così, in silenzio, stretti l’uno all’altro. Nello sguardo dell’uomo non c’era tristezza. Quando il 15 luglio 1905, sul periodico “Je Sais Tout”, appare la prima avventura di Arsène Lupin, i lettori francesi indovinano subito a chi si è ispirato il suo creatore, lo scrittore Maurice Leblanc. Pochi mesi prima, il 22 marzo, il tribunale di Parigi aveva emesso il verdetto di un processo che aveva calamitato l’attenzione generale. In giudizio, nelle vesti di imputato, era comparso Alexandre-Marius Jacobs, la leggenda dell’anarchismo francese, colui che con le sue imprese al limite dell’incredibile era entrato del cuore del popolo. Proprio alle gesta dell’anarchico si ispira Leblanc, ideando il suo personaggio di fantasia che diventerà famoso come il celebre ladro gentiluomo della letteratura francese. Alexandre-Marius Jacob nasce nel 1879 in un villaggio della Provenza da genitori di umili origini. A soli undici anni si imbarca come mozzo sul Thibet, un bastimento che lo porta in Australia. A Sidney sale su una baleniera che scopre presto essere un vascello pirata e, come in un romanzo di Salgari, Alexandre affronta avventurose peripezie nei lontani mari dei Caraibi. Quando ritorna a Marsiglia frequenta i circoli operai appassionandosi ai testi di Bakunin e Kropotkin, e diventando un avido lettore dell’ “Agitateur”, la celebre rivista anarchica. Viene assunto in una tipografia ma subito licenziato, dopo che il proprietario scopre le sue inclinazioni. (a quel tempo, avere idee anarchiche comportava l’immediato licenziamento). È quello il momento in cui Jacobs dichiara la sua guerra personale alla società dei ricchi. A lui si uniscono altri emarginati e nasce la “banda di Abbeville”, poi conosciuta come i “Travailleurs de la Nuit” che, dal 1900 al 1903, si rende protagonista di più di centocinquanta reati. Sono gli epigoni degli Engagés di Jaques Roux, gli Arrabbiati del periodo rivoluzionario, de “La Panthère” di Batignolles, la banda di Clément Duval le cui gesta furono descritte da “La Révolté”, il famoso giornale anarchico della seconda metà dell’Ottocento. Jacobs e i suoi sodali rappresentano plasticamente le parole pronunciate da Clermont Tonnerre il 19 ottobre 1789: “l’anarchia è un passaggio spaventoso ma necessario, ed è il solo momento in cui si può arrivare a un nuovo ordine delle cose. Nei periodi di calma non si prenderebbero certo misure uniformi”. Sono i parassiti sociali, i magistrati, gli speculatori, i militari e il clero, i bersagli preferiti. Dai nobili agli industriali, dagli usurai ai vescovi e ai cardinali, tutta l’alta società viene presa di mira e ridicolizzata dalle gesta della banda di Jacobs, novello Robin Hood, che ruba ai ricchi per donare ai poveri e ai tanti disoccupati del tempo. Sono colpi spesso geniali, compiuti con abilità e destrezza e, soprattutto, senza spargimento di sangue. Jacobs, da consumato attore, si traveste e compie imprese bizzarre e esilaranti che finiscono sulla bocca di tutti. Come quando si presenta con altri tre componenti della banda nella sede del Monte di Pietà di Marsiglia spacciandosi per commissario di polizia, con tanto di fascia tricolore sul petto ed esibendo un mandato di perquisizione fasullo. “Stiamo cercando la refurtiva di un colpo collegato a degli omicidi. Occorre sprangare le porte e fare un inventario”, sentenzia Jacobs, mentre l’allibito direttore non si dà pace, cercando di discolparsi per i prestiti usurai concessi. Dopo aver requisito in tre valigette i pezzi di maggior valore, Jacobs ammanetta il malcapitato direttore, lo fa salire su una carrozza e lo accompagna al Palazzo di Giustizia, mentre gli altri tre della banda si dileguano per le vie di Marsiglia. Arrivati davanti alla porta del Procuratore, Jacobs fa accomodare nel corridoio il banchiere allontanandosi con la scusa di dover andare a ricevere ulteriori ordini. L’anarchico gentiluomo diventa l’emblema della lotta non violenta, una sorta di icona pop ante litteram per il popolo, che attende con ansia di leggere sui quotidiani ogni sua nuova impresa per applaudirla e scoprire che, finalmente, c’è qualcuno che lo rappresenta. Arrestato una prima volta, simula un attacco di follia ottenendo di essere condotto al manicomio di Aix, da dove riesce a fuggire in modo rocambolesco. Nelle sue scorribande svaligia anche il casinò di Montecarlo. Si astiene però dal derubare chi riveste un’importante funzione sociale, come medici e insegnanti. Il suo personale codice deontologico non lo permette. Durante una delle sue spedizioni a Rochefort, accortosi di essere penetrato nella casa di Pierre Loti, scrittore e membro dell’Académie Française, Jacob rinuncia andandosene senza portar via nulla. Negli anni in cui imperversano i “Travailleurs de la Nuit” Alexandre-Marius Jacobs sfugge a numerosi arresti. La sua abilità mimetica non ha eguali, così come, grazie a un’attrezzatura molto sofisticata, la perizia da scassinatore. Spariscono quadri di valore dalle case dei ricchi, arazzi del XVII secolo dalla cattedrale di Tours, partite di gioielli e argenteria nella gioielleria di rue Quincampoix, a Parigi. Quando la morsa dei gendarmi diventa troppo stretta, per un po’ Jacobs fa perdere le sue tracce, trasformandosi in un attore a seguito di una compagnia teatrale. Finché, il 21 aprile 1903, dopo un incredibile inseguimento, viene arrestato dalla polizia. Quando si celebra il processo a suo carico, una folla immensa è stipata fuori dal tribunale per acclamare il difensore dei poveri. Durante l’udienza, il presidente della corte gli chiede spiegazione per i tanti furti. Jacobs, da consumato attore, si alza e risponde: “Glielo spiego subito, ma temo non sia in grado di capire. Ogni giorno, tanti operai muoiono in miseria. Innumerevoli poveracci vegetano e crepano senza che nessuno se ne occupi. Gran parte della popolazione vive senza un tetto sotto cui ripararsi dal freddo, patendo la fame, le malattie, la disperazione. Io ho tentato di vendicarli e di aiutarli. Ho solo fatto il mio dovere. Ho derubato i veri ladri. Questa società è marcia, e anche voi ne siete la prova”Magistrati, avvocati e pubblico sono affascinati dalla personalità e dalla vena d’ironia cortese di Jacobs: in quel processo sembra che tutto sia rovesciato, ed è la società a essere messa sotto processo dalla verve affabulatoria del ladro gentiluomo. Il 22 marzo 1905 viene pronunciato il verdetto: lavori forzati a vita. Nel gennaio del 1906 Jacobs raggiunge la Guyana, l’Isola del Diavolo, sede di una delle più inviolabili colonie penali del tempo. Lì, passa nove dei successivi ventitré anni in uno stato di segregazione assoluta, con i ceppi alle caviglie… ma lo spirito indomito non lo abbandona, come testimoniano i diciassette tentativi di evasione. Infine, una campagna di mobilitazione in patria gli permette di ottenere la libertà. Tornato in Francia, pubblica le sue memorie, “Un anarchiste de la Belle Époque”. Poi si allontana da tutti e si ritira a Bois-Saint Denis, un piccolo paesino nel nord della Francia. A fargli compagnia c’è Negro, l’inseparabile cocker. Sabato 28 agosto 1954, dopo aver offerto una merenda ai bambini del vicinato, Alexandre-Marius Jacobs si chiude in casa. “È stata un’esistenza avventurosa la mia”, si disse Alexandre. L’uomo si tamburellò il mento con le dita, come se stesse pensando a qualcosa, quindi prese un foglio e una penna e scrisse alcune righe. Quando ebbe terminato, con movimenti lenti ma precisi, ricaricò la siringa con la morfina. “Sono ancora in buona salute, pensò Alexandre, preferisco non avere il piacere di fare la conoscenza di malattie e vecchiaia”. Poi, dopo aver dato un ultimo saluto a Negro, con un gesto deciso si iniettò la dose letale. Un’improvvisa stanchezza calò su di lui, e Alexandre avvertì l’esigenza di distendersi sul letto. Fu in quel momento che nella sua mente si riaccesero i ricordi. Gli tornarono alla mente i furti, gli sberleffi e tutto il resto, e un sorriso attraversò il suo volto. Per un tempo che parve sospeso rimase così, come a osservare le immagini di un vecchio film. Infine, Alexandre-Marius Jacobs chiuse gli occhi e attese la morte. Quando alcuni vicini trovarono il suo corpo privo di vita, notarono sul tavolo due bottiglie e un biglietto con su sritto: “Vi lascio qui due litri di vino rosato. Brindate alla vostra salute”.

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