Alexander Payne: “Nebraska” (2013) – di Maurizio Fierro

La camera inquadra un uomo anziano che cammina lungo la strada a passi lenti e malfermi. Si chiama Woody Grant e, come spiega a un agente che gli chiede se ha bisogno d’aiuto, viene “da laggiù e deve arrivare fino alla fine della strada”. Laggiù è Billings, Montana, e per arrivare alla fine della strada mancano circa novecento miglia, perché la fine della strada è il Nebraska: Lincoln, per la precisione, dove Woody deve ritirare un milione di dollari che crede di aver vinto a una lotteria (in realtà, il biglietto che reca con sé è un semplice volantino pubblicitario ingannevole). Quei soldi gli servono per comprare un furgone nuovo, perché il suo è fermo da dieci anni. Verrà convinto a farsi accompagnare da suo figlio David, in quello che risulterà un road movie sulle strade desolate della periferia americana, e che per Woody rappresenta un viaggio nella memoria di un passato perduto fatto di illazioni su quello che avrebbe potuto essere. Presentato nel 2013 al festival di Cannes, “Nebraska”, per la regia di Alexander Payne, è una dolente ballata sul significato dell’invecchiare, uno statuto dell’esistenza che il film affronta senza sconti e che è magistralmente personificato dal settantasettenne Bruce Dern (premiato come miglior attore protagonista dopo una carriera spesa in ruoli secondari da “cattivo”), qui nei panni di un alcolista incallito affetto da Alzheimer che conduce gli ultimi anni della sua esistenza come se fra lui e quello che gli succede si frapponga uno strato di foschia opaca. È un vecchio orso Woody Grant, che dietro le unghie con le quali graffia chi gli capita a tiro, nasconde un volto scavato da una sorta di corrosivo cinismo. È indisciplinato, capriccioso, compulsivo, e la sua figura emana un’energia residuale che fa di lui un personaggio semi clownesco. È un po’ strambo e, come in un processo di scarto, con gli anni il conforme si è staccato dalla sua pelle lasciando solo il necessario, l’autentico. Perché sì, non sempre si invecchia bene, “diventare vecchi non significa diventare buoni”, e Woody non si candida ad alcun concorso che metta in palio l’archetipo del Vecchio Saggio. Kate, la moglie, lo sopporta ma non perde occasione per dileggiarlo, mentre Ross, il figlio maggiore, frappone fra sé e il genitore un distacco emotivo la cui distanza si misura in chilometri. Solo David, il figlio minore, sembra recuperare uno sguardo empatico nei confronti di un anziano la cui vita si sussegue in uno stordimento senza tempo. James Hillman afferma che “la vecchiaia è la manifestazione dell’essenza del carattere” e, come un albero vecchio e contorto, anche Woody Grant si attorciglia su se stesso, in un processo che riflette il ripiegamento di una società anch’essa vecchia, incartapecorita, fissa come lo sguardo attonito di Burt e Cole, i due nipoti che consumano le giornate in un’esistenza che si esaurisce nel quotidiano, e nei cui palinsesti mentali non c’è spazio che per sport e motori. Poco prima di arrivare a destinazione, padre e figlio si fermano ad Hawthorne, città natale del primo e, la sequenza in cui, insieme a fratelli e nipoti riuniti per l’occasione, Woody guarda una partita di football in televisione, è un quadretto familiare di raggelante disperazione, fotografia di un mondo statico, nel quale la vincita di un premio in denaro è un biglietto vincente alla lotteria della vita, un evento che, come un terremoto, apre crepe nelle fragili mura dietro le quali si nascondono esistenze marginali. E allora da quelle crepe fuoriescono i miasmi di antichi rancori mai dimenticati e, con l’avidità delle locuste dopo una carestia, tutti, dai parenti al vecchio socio in affari, reclamano presunti crediti per sedersi alla tavola imbandita da uno di loro che ce l’ha fatta, salvo tornare a osservarlo con gli sguardi di commiserazione di sempre quando appare chiaro che la vincita è solo l’ultimo chiodo apposto sulla bara dei sogni del vecchio Woody. Miscelando con sapienza comicità e malinconia, il regista di Omaha ci accompagna in una visita guidata attraverso un mondo cristallizzato in un tempo sospeso. Mais e soia, soia e mais: c’è poco altro nel Nebraska di Alexander Payne. Fattorie isolate e pick-up che percorrono la Highway 20 fiancheggiata dalle sterminate pianure della Corn Belt, in una cartografia dell’America rurale che è anche imprescindibile presenza narrativa. Una desolazione naturale che riflette il vuoto pneumatico delle anime che ci abitano, e la cifra stilistica del cinemascope in bianco e nero per raffigurare quel mondo destinato a un irreversibile processo di estinzione si rivela una scelta quanto mai azzeccata. T.S. Eliot ha scritto che “i vecchi dovrebbero essere esploratori”, ed è una sorta di corrosivo scandaglio interiore quello intrapreso da Woody Grant, una vacanza dalla realtà che coinvolge anche suo figlio David. Generazioni a confronto, entrambe sperdute a loro modo, perché poi forse è questo il mood che attraversa il film: trovare il barlume che consenta di ritrovarsi, di dare un senso al viaggio, al proprio viaggio, qualsiasi esso sia. “Crede a quello che le persone gli dicono”, afferma a un certo punto Kate parlando del marito. “Oh, non è un bene”, le risponde sua sorella Betty. Credulone, ingenuo, alcolista misantropo… ha fatto molti sbagli Woody Grant. Ma chi è colui che non ha qualche cointeressenza nel regno degli errori? Chi può essere così sicuro, alla fine, di rimanere immune dall’angoscia di passare inosservato nello storytelling della propria vita? Di non riconoscersi negli sguardi del prossimo e di non appartenerle? Ma non importa e, alla fine, anche Woody Grant avrà il suo agognato premio. Glielo regalerà David, con un gesto che evoca una pietas filiale dal sapore antico. Perché poi è sufficiente un giro dimostrativo per Hawthorne alla guida di un furgone nuovo per recuperare tesori di dignità smarrita… un secondo prima di essere ricordati solo come mostri di corrosivo cinismo.

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