Alex Chilton e Chris Bell… “è nata una Big Star” – di Lino Gregari

A volte è sufficiente un dettaglio colto per caso, un particolare ricordo che raggiunge il tuo io cosciente, oppure una particolare situazione che  crea un deja vu; qualunque cosa sia, è probabile che il tutto sia accompagnato da una canzone. Perché in definitiva la musica è memoria: non esiste brano, o disco che non sia associato ad un particolare periodo della nostra vita. Belli o brutti che siano, i nostri ricordi sono scanditi da note musicali, che dilatano il tempo fino a fargli perdere consistenza. In questi giorni è vivo come non mai il ricordo di Woodstock e della sua messe di eroi e, seguendo il filo dei ricordi, mi è capitato ancora una volta di imbattermi in Alex Chilton; ascoltavo la performance di Joe Cocker, e mi è venuta voglia di riascoltare quel “monumento live” che risponde al nome di “Mad Dogs & The Englishmen” (1970) dove, tra le mille meraviglie, trova posto una incredibile versione di The Letter, dei Box Tops… e i Box Tops portano addosso il marchio a fuoco di Alex Chilton
Non ha ancora compiuto 17 anni Alex, quando la sua voce profonda e molto efficace fa capolino sui piatti dei nostri impianti dell’epoca (che quasi sempre erano delle semplici fonovalige). Il 45 giri ha immediatamente successo, e lancia nel firmamento delle star Chilton e compagni, capaci di realizzare due album fondamentali (“The Letter” del 1968 e “Cry Like a Baby” del 1969) che saranno fonte di ispirazione per moltissimi gruppi, dimostrando che esiste anche un certo tipo di Soul bianco. I Box Tops hanno vita breve, ma il successivo passo di Alex è di quelli destinati a lasciare il segno: I Big Star si rivelano nel 1972 e, il loro clamoroso esordio su etichetta Stax, segna un incredibile e meraviglioso momento. L’etichetta di Otis Redding, di Eddie Floyd, di Wilson Pickett e Isaac Hayes, stampa e distribuisce “#1 Record”, un album di una band composta dai giovani bianchi innamorati del Beat, del Soul e del R’n’B: d’accordo, sono di Memphis, proprio la città della Stax… ma cazzo, è un balzo notevole. Questi quattro ragazzi, Alex Chilton (chitarra e voce), Chris Bell (chitarra e voce), Jody Stephens (batteria e voce) e Andy Hummel (basso, pianoforte e voce), attingono a piene mani dal suono dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Byrds, e lo trasportano in un mondo alternativo, gettando le basi di quel genere che poi passerà alla storia come Power Pop (termine alquanto discutibile) che influenzerà decine di band negli anni a venire: REM, Replacements e Jesus and Mary Chain devono molto più di qualcosa ai quattro ragazzi di Memphis. “#1 Record” esce nell’aprile del 1972, e le recensioni sono entusiastiche: completamente avulso dal panorama musicale del periodo, l’album è un vero e proprio crocevia dal quale si dipanano strade ancora poco frequentate. È una vera e propria svolta ma, purtroppo, anche il coraggio della Stax ha un limite, e la promozione dell’album è scarsa, per non dire inesistente: a livello commerciale il fiasco è la logica conseguenza. Depresso da risultati che sperava fossero diversi, Bell abbandona il gruppo per tentare la carriera solista, ma la vita non glielo permetterà: dopo varie vicissitudini e un disco che stenta a nascere, Chris muore a 27 anni mentre si trovava a bordo della sua Triumph TR7. Alex prende per mano i Big Star e li conduce verso lidi ancora più Soul e, il secondo lavoro, “Radio City” del 1974, è un vero e proprio gioiello… ma andiamo con ordine.
Dicevamo che “#1 Record” è un insieme di tante cose, con armonie vocali perfette e una creatività esplosiva. Quando le prime note di Feel, il brano di apertura del disco, si materializzano nell’etere, appare subito chiara una cosa: i ragazzi ci sanno fare. Le chitarre e l’incipit del brano fanno sicuramente pensare agli Stones, ma le armonie vocali sono tipiche dei Beatles… e poi ci sono i fiati, che intrecciati ai riff di chitarra fanno suonare il campanello di attenzione. Siamo arrivati nell’isola che non c’é? Trilli ci ha portato nell’ennesima landa delle meraviglie? A giudicare dai primi accordi siamo propensi a dire di si senza indugio, e a ringraziare Alex di non aver accettato l’offerta dei Blood Sweat & Tears (la band gli offrì il ruolo di cantante solista), ritenendo il combo troppo commerciale. Poi ci sono gli “Dei dell’Olimpo del Rock”, quelli che hanno fatto incrociare le strade di Chilton e Bell, fornendo loro la possibilità di ingraziarsi le molte divinità che lo affollano e nel contempo rendere meno grigio il mondo degli umani. Il secondo brano apre una nuova porta di questa vera e propria scatola musicale: The Ballad of El Goodo è molto più beatlesiana. Melodia affascinante e grandi armonie vocali, come piace a Chilton. Il brano è cantato da lui e la differenza con il precedente, nel quale canta Bell, è palese… ma il contesto è simile e terribilmente affascinante. L’alternanza prosegue con In the Street: ancora con Bell alla voce e tre minuti di puro Beat immerso in una tazza di tarda psichedelia. Poi arriva Thirteen, cantata da Chilton... una ballata di rara efficacia – intensa e melodica come forse solo i “Fab Four” hanno saputo fare – che riesce sempre a farmi sognare cose piacevoli: sei lì seduto nella tua ormai un po’ deformata poltrona, in balia di queste fottute note e neppure ti rendi conto di dove sei veramente. Giusto il tempo di quietarti, poi arriva il riff assassino di Don’t Lie to Me a catapultarti in una realtà clamorosamente Rock, fatta di chitarre rauche e limpide al contempo: gli Stones sono sempre dietro l’angolo, ma la loro anima qui viene eviscerata e poi ricostruita con suoni meno primordiali. Del resto il seminale “Exile on My Street” è cosa di quei giorni e il duo Chilton/Bell, grato e riconoscente, dissimula senza discostarsi troppo dalla via maestra. Ci vuole una pausa, decisamente… i due minuti di The India Song, etereo brano a firma Hummel, chiudono in modo degno una prima facciata strepitosamente efficace: è un brano raffinato, elegante e arrangiato in modo apparentemente semplice, ma con un cuore che merita attenzione. Dio Santo, sono ormai 45 anni che ascolto questo cazzo di disco e ancora ci trovo cose che non mi aspetto. Voglio dire, quante volte posso averlo messo sul piatto? Non riesco a quantificarlo, neppure ora che, con malcelato piacere, mi metto all’ascolto della sontuosa seconda facciata.
John Fry (il produttore) era un genio e va a lui il merito di questa meraviglia di album che suona in modo così fottutamente fantastico… ma Bell e Chilton hanno reso possibile questo miracolo. Il suono della puntina che entra nel primo solco della facciata è il preludio a When my Babe’s Beside Me: conosco perfettamente ogni nota, ogni accordo della chitarra che deve tantissimo a George Harrison. Conosco ogni parola che esce dalla bocca di Alex, le attendo consapevole di anticiparle con gesti e pensieri, per poi sublimare il tutto con il catartico assolo di chitarra figlio delle contaminazioni di Clapton. Eppure è tosto ascoltarla ancora una volta. Mettendo da parte la voglia di sentirla di nuovo, lascio scorrere i solchi accettando i tre minuti di My Life is Right, brano a firma Bells/Eubanks, altro potenziale singolo dal suono esplosivo: difficile non fare accostamenti alla coppia Lennon/McCartney. Non vedo altre similitudini nel panorama musicale, in grado di produrre melodie così perfette in modo costante. Give Me Another Chance aleggia eterea come solo i grandi classici sanno fare, dando un po’ di credibilità al Power Pop di cui parlavamo prima: Michael Stipe (R.E.M.) ringrazia e studia la lezione. La imparerà così bene da fornire alle nostre orecchie una manciata di grandi canzoni tra anni ottanta e novanta. Anche Try Again è fatta della stessa pasta, con la chitarra acustica che semplicemente accompagna un cantato perfetto e arrangiato come Dio comanda. Dicono che all’epoca “#1 Record” abbia venduto solo diecimila copie: l’unica spiegazione possibile è che la gente non lo abbia ascoltato. Dai, non è comprensibile come sia possibile passare oltre. Benedetta Stax, che cazzo hai combinato: se questo non è un disco da promuovere, quali lo sono? Rendiamo merito a una delle etichette più storiche e maledettamente importanti… ma questa è una minchiata clamorosa. Anche i grandi sbagliano certo… però 
Watch the Sunrise è perfetta come tutto il resto e chiude in pratica il disco, anche se, in effetti, c’è il malinconico saluto di ST 100/6, che racchiude in un minuto la poesia che possiamo ritrovare solo in certe cose di Crosby Stills Nash & Young. L’album è finito, possiamo andare oltre. Possiamo prendere il secondo disco dei Big Star  “Radio City” (1974) – e scegliere di continuare a navigare tra queste acque. Trilli ci perdonerà: lei è sempre in cerca di nuove stelle per svoltare a destra verso il mattino, ma in questo caso farà un’eccezione…

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