Alessandro Staiti: “In The Court Of The Crimson King” (2016) – di Fabio Rossi

Pubblicato a fine ottobre 2016 per la casa editrice Arcana, In “The Court Of The Crimson King” è un libro imperdibile per tutti gli appassionati del fantasmagorico mondo del rock e, più nel dettaglio, per coloro che adorano il Gruppo capitanato da Robert Fripp. Si tratta di un vasto approfondimento del celeberrimo omonimo disco pubblicato il 10 ottobre 1969 e reputato come uno dei più importanti nella storia della musica dell’ultimo mezzo secolo. Nel saggio si narra anche la breve storia della prima line up della band scioltasi inopinatamente davvero troppo presto. Abbiamo incontrato l’autore, il giornalista Alessandro Staiti, per una piacevole chiacchierata che riportiamo integralmente per i lettori di Magazzini Inesistenti.
Ciao Alessandro e, innanzitutto, grazie per la disponibilità. La tua passione nei confronti dell’universo crimsoniano è nota da anni e il tuo ultimo libro, incentrato sul debut album della formazione inglese, ne è l’ennesima riprova. Come è nata quest’autentica dedizione per i KC?
In The Court Of The Crimson King è stato l’album che ha letteralmente modificato il corso della mia vita. Quando lo ascoltai per la prima volta nel 1969 ero un bambino di dieci anni e ne rimasi terrorizzato, lo scartai immediatamente e per anni continuai con Lucio Battisti, Equipe 84, Gene Pitney, Mina, Bobby Solo, Little Tony e Beatles. Cinque anni dopo lo riascoltai durante il mio primo anno di scuole superiori e ne rimasi profondamente colpito, indugiando per alcuni mesi in uno stato emozionale nuovo e indefinibile, catapultato all’improvviso in luoghi e atmosfere medievali che mi sembrava di aver già vissuto, ma non sapevo spiegarmi né come, né quando. Da quel momento mi dedicai alla ricerca assidua di tutto quel che riguardava i KC e Robert Fripp. Decisi che sarei diventato a tutti i costi un giornalista musicale. Volevo raccontare le gesta del re cremisi e dei miei musicisti preferiti, come i Genesis e altri gruppi storici degli anni settanta. Da allora il mio rapporto con Robert Fripp e con i KC è stato segnato e diretto da una serie di significative coincidenze.
So che conosci personalmente Robert Fripp. Cosa ci puoi dire di lui? È veramente un personaggio così burbero come viene spesso definito?
No, non è affatto burbero o antipatico, nel modo più assoluto. È dotato, anzi, di un raffinato senso dell’humour. Tuttavia, è una persona singolare, non convenzionale. Non è il tipo dalle facili e scontate battute, ma non è assolutamente l’intellettuale arroccato nella sua torre d’avorio. Ho una grande ammirazione nei suoi confronti, ancor più dopo averlo conosciuto di persona.
Nel libro affermi che la musica di “In The Court Of The Crimson King” ha il crisma dell’unicità, soprattutto per il fatto che ha radici prettamente europee. Puoi approfondire questo concetto?
In Inghilterra, nell’epoca del blues revival di derivazione americana, i KC scelgono un’altra strada: il recupero delle radici squisitamente europee, fin nei minimi dettagli. Greg Lake affermava di non voler usare per nessun motivo un tipo di accento americano nel cantare, come era di moda all’epoca. Non c’è traccia di blues nel primo album dei KC, neanche nel modo di suonare il sax da parte di McDonald. Il loro impatto, infatti, è immediatamente devastante. In The Court…  inaugura una nuova stagione del rock inglese, segnando una forte discontinuità con la psichedelia, il blues revival e le varie forme miste, in corso in Inghilterra verso la fine degli anni sessanta. Questo si realizzò non solo con l’originalità dei suoni e della strumentazione utilizzata, fattore che vede l’uso originale e preponderante del mellotron non più come semplice riempimento orchestrale (tipo Moody Blues) e la sonorità del tutto particolare dell’elettrica distorta di Fripp ma, soprattutto, per il superamento di cliché estetici e filosofici che stavano in qualche modo entrando in crisi. I KC decidono di non abbeverarsi più al pozzo della musica americana e di frequentare la musica colta europea, introducendovi forti elementi jazzistici e una vena essenziale di folk con tutte le sue suggestioni medievali. Inoltre, particolare da non sottovalutare, tutti i componenti della band avevano, nonostante la giovane età, una preparazione tecnica indiscutibile, di altissimo livello, messa al servizio dell’innovazione musicale.
La prima formazione dei KC era una band vera e propria, in seguito Fripp si avvarrà di numerosi musicisti, ma non riuscirà più a plasmare una formazione così coesa. Quali sono state le cause dello sfaldamento del quintetto capace di partorire uno dei dischi più significativi della storia del rock?
La causa principale fu sicuramente un successo enorme e improvviso che ragazzi dell’età media di 23 anni non riuscirono a gestire. Fu una serie di concause, tuttavia: anche lo scarso dialogo all’interno della band. Tutti si fidavano gli uni degli altri perché erano musicisti veri, di grande preparazione tecnica e culturale, e questo forse pesò all’interno dei rapporti interpersonali. In altre parole, tra di loro non avevano un grande scambio a livello umano, non parlavano delle difficoltà che giovani ventenni incontravano in tour massacranti lontano dalle proprie fidanzate (McDonald e Giles) e dal proprio ambiente. Dopo In The Court… i KC saranno caratterizzati da una continua instabilità del personale, fino agli anni ottanta, quando alcuni interpreti come Adrian Belew e Tony Levin supereranno perfino i trent’anni di militanza nella band.
Nel tuo saggio non hai voluto approfondire la restante carriera dei KC e, d’altronde, il tema centrale era “In The Court Of The Crimson King”. Qual è esattamente l’intento che ti ha spinto a scrivere un libro come questo?
Il libro nasce con l’intento di ripercorrere la nascita dei KC, l’incisione di In The Court… e il successivo scioglimento dopo il tour negli Stati Uniti. Lo scopo del libro è di far appassionare il lettore a quelle vicende così come ne sono tuttora attratto io.
Kurt Cobain ha sostenuto che “Red” sia stato uno degli album che l’hanno influenzato di più. Credi che la musica dei KC, oltre a essere stata fondamentale per lo sviluppo del progressive, abbia influito su altri segmenti del rock?
Personalmente detesto il termine progressive per una serie di ragioni che spiego nell’appendice del mio libro provocatoriamente intitolata: “I KC sono una band progressive?” Lascio al futuro lettore del mio libro la curiosità di scoprire le mie considerazioni e le mie conclusioni. Questo gruppo ha influenzato tantissimi artisti, sia contemporanei che di epoche successive. Pensa che anche George Clinton dei Parliament e dei Funkadelic, in una recente intervista, cita più volte i KC come una delle band di maggiore ispirazione.
Nel 1982 pubblicasti per la Lato Side “Robert Fripp & King Crimson”, ormai introvabile. Hai mai pensato a una nuova edizione aggiornata di questa tua prima opera?
Il mio caro amico Maurizio Galia, grafico di professione e autore dell’immancabile tomo “Prog 50” (Edizione Applausi 2017), una fantastica enciclopedia del prog (ahimè, devo usare il termine), tradotta anche in inglese, con prefazione di Peter Gabriel e Aldo Tagliapietra, insiste da anni nel chiedermi di ripubblicarlo aggiornato, con il suo supporto per la parte grafica. Penso che cederò prima o poi alle sue lusinghe… Tuttavia quel libro ha un suo fascino se resta esattamente così come fu pubblicato nel 1982, aggiornarlo o rivederlo ne farebbe inevitabilmente un altro libro.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Scriverai ancora sui KC o sceglierai un’altra tematica?
Scrivo da sempre di rock e di letteratura e ho anche esordito come scrittore, assieme all’amico Maurizio Milazzo, con un romanzo intitolato “Palla Avvelenata” (Nulla Die 2017). Il mio mestiere, e il mio grande amore, è scrivere. Di qualsiasi cosa ritenga interessante al momento. Certo, per me i KC sono sempre interessanti.
Un abbraccio, sperando di incontrarci di nuovo, è sempre piacevole parlare con te di musica.
Grazie a te Fabio!

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