Alessandro Seravalle & Gianni Venturi: “Qohelet” (2020) – di Ignazio Gulotta

Progetto ardimentoso e affascinante quello imbastito dal manipolatore di suoni e musicista sperimentale Alessandro Seravalle, del quale potete trovare recensito su queste pagine l’ottimo disco uscito a nome Officina F.lli Seravalle, e dal cantante e poeta Gianni Venturi, anche lui uscito nel 2020 con il bel lavoro degli Altare Thotemico (anche di questo lavoro si è parlato su Magazzini). Ispirazione dell’opera è il Qohelet, libro della Bibbia conosciuto anche come l’Ecclesiaste (testo molto discusso), qui è utilizzata la traduzione di Guido Ceronetti, e che già in passato ha ispirato artisti e filosofi; del resto il problema del bene e del male, dell’illusorietà della vita e dell’inutilità del fare una scelta quando il destino umano è quello di morire, è tema che da sempre coinvolge e interessa l’umanità, e al quale sono state date molteplici risposte. I due autori hanno lavorato a distanza, un contatto intellettuale e spirituale, ma non fisico, il friulano Seravalle mandava le sue tracce sonore a Venturi il quale su quelle costruiva i suoi testi e cantava. O, meglio, recitava. Infatti lo stile adottato da Venturi, lo saprà bene chi ha già avuto modo di conoscere i suoi lavori precedenti, è una sorta di recitazione, declamazione di stampo teatrale, non a caso le sue ardite modulazioni vocali a volte fanno venire in mente Carmelo Bene e, forse ancor più, certe recitazioni roboanti ed evocative dei futuristi.
Ai virtuosismi vocali di Venturi, Seravalle corrisponde con le dense atmosfere costruite dai suoi strumenti e dall’elettronica, fra ambient cupo, echi indusrtrial, clangori metallici, percussioni martellanti, suoni concreti disegnano paesaggi apocalittici e onirici, turbolenti e angoscianti. Venturi e Seravalle proiettano la loro rilettura del testo biblico in una contemporaneità angosciosa e distopica che si trova pericolante sull’orlo di un abisso apocalittico. Disco certo non rilassante o consolatorio ma che, come è compito dell’arte che si propone di confrontarsi con la realtà, disturba, inquieta, travolge e ci mette di fronte a un turbolento magma di emozioni e sensazioni, inducendoci a una riflessione aspra e ardua sul nostro essere qui nel mondo. Sei tracce e cinquanta minuti di musica che lasciano certamente il segno in chi si accosta all’ascolto con partecipazione e attenzione. Non se ne uscirà forse più sereni, ma con la sensazione di aver colto un po’ di senso nel groviglio del nostro tempo, perché a volte l’arte può essere più efficace del discorso razionale, anche per quella capacità catartica che già Aristotele le riconosceva.
Il disco va letto per intero come un viaggio mistico e sapienziale alla ricerca di un senso, un significato nell’esistenza de Il Bipede Eretto, prima traccia, che vaga terrorizzato in un mondo avvelenato, invivibile, appestato di scorie, petroli e plastiche bruciate, ma l’uomo è schiacciato, non comprende. Ecco Il Sapiente che Dice di Sapere, un canto rabbioso di dolore per la sofferenza degli oppressi e per l’uomo che stritolato da qualcosa più forte di lui non trova un senso alla sua miserabile esistenza: la musica sferraglia, ronza, pulsa torbida e inquieta perché «a tutto quello che accade sotto il sole un senso l’uomo non riesce a dare». Perché «non è pace il silenzio dei vinti» urla Venturi nell’apocalittica Avvinghiati a un Algoritmo, un’accesa invettiva contro la civiltà informatica che ci domina e ci sfugge. Fra synth, piano e altri marchingegni l’aria si satura di rabbiosa irrequietezza che man mano si aggroviglia, cresce, geme, si contorce. Si arriva così a Moto Perpetuo in un coacervo di voci che si accavallano sofferenti: non sarebbe male come colonna sonora per le anime dei dannati davanti all’Acheronte, ma invece è il dramma della condizione umana nella sua grigia monotonia «sveglia, uscire, lavorare, produrre» grida gemente Venturi, mentre Seravalle martella e trita distorsioni. Ci avviamo così al finale con 21 Grammi in un’atmosfera più assorta, i suoni si fanno minimali, con influenze etniche fra gnawa e Medio Oriente, mentre parole nichiliste ci ammoniscono che il conoscere è pura illusione, il rincorrerlo è sofferenza perché, ci rammenta Fame di Vento, siamo polvere e «né di un sapiente né di un idiota avrà memoria il tempo».

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https://alessandroseravallegianniventuri.bandcamp.com/releases

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