Alessandro Bulgini: Fluxus in rosso vivo – di Cinzia Farina

Uno stare al mondo differente. Forse antico, forse futuribile o alieno. Sicuramente anomalo. Sicuramente visionario. Determinato e instancabile, con l’ossessione del “cosa è e cosa può fare l’arte oggi”. Alessandro Bulgini, che è nato a Taranto nel 1962 e vive attualmente a Torino, non crea oggetti ma relazioni, non vende ma dona. Zingaro viaggiatore, cittadino del mondo, dopo un inizio canonico e fortunato da pittore virtuoso (varie mostre in Italia e all’estero con i cicli di “Le Déjeuner sur l’Herbe” a partire dal 1993 ed “Hairetikos” dal 2001) ha scelto di intrecciare la sua vita di artista a quella degli altri e dei loro luoghi, attraverso interventi significativi, a volte azioni minime, tra street art, performance e istallazione. Da solo o in collaborazione con associazioni o talvolta istituzioni pubbliche e private. Tra i luoghi, non sceglie il centro ma, come dice, la “lateralità”. Non i quartieri più “in” ma le periferie. Le vive, le indaga, le comprende in ciò che hanno di più scomodo e difficile, vi aderisce e, invece di perdersi in critiche, si sbraccia e vi interviene. A Barriera di Milano, la parte di Torino in cui abita, trascorre un anno disegnando sui marciapiedi merletti/mandala col gessetto bianco. Con umiltà di artigiano, interagendo con tutti. La scommessa, restituire parola e dignità alle comunità e ai luoghi, ridefinirli, attraverso una bellezza effimera capace di moltiplicarsi in chi passa. Sempre a Torino Barriera, al 5/bis di Via Cuneo (un condominio interetnico di venticinque famiglie), inaugura il progetto “Arte in-stabile” (nell’ambito del bando “Abitare una casa, Vivere un luogo” promosso dalla Compagnia di San Paolo). Si serve di un nulla, e lavora sull’esistente. Foto di vita quotidiana sui muri dell’androne, una scala a pioli dipinta di rosso che gli abitanti addobbano (invenzioni e memorie) di perle colorate e fili, e soprattutto un grandissimo disegno sul tetto del garage, che come un tappeto orientale lo trasforma ora in un salotto ora in un teatro per l’intero microcosmo del cortile. Il senso, ancora una volta quello di una rigenerazione delle relazioni umane, una riattivazione del dialogo, che Bulgini riesce a mettere in moto attraverso la mediazione dell’arte. Arte come atto di opposizione e ricostruzione. Tutto comincia nel 2008 su facebook, col progetto aperto di “Opera Viva”, fondato su un uso innovativo del social per la creazione di arte partecipata. Ne nasce una mostra, “Vivo”, con la cura di Fabrizio Pizzuto a Roma, che documenta in dodici pannelli di plexiglas un anno di vita interattiva su fb. Da qui, nel 2012, l’esperienza, lanciata da un bar di periferia, del primo b.a.r.l.u.i.g.i. – acronimo per “base aerospaziale, ricercatori di luoghi, di utopie indipendenti e geometrie ignote” – con l’idea che qualunque luogo può trasformarsi in spazio di “accoglienza creativa” al di fuori di logiche di mercato e di profitto. Collegati in rete tramite pagine fb, di b.a.r.l.u.i.g.i. ne sono nati parecchi, sparsi ovunque, tra cui uno ad Amsterdam e uno a Bangkok. Vestito di rosso, segnale inequivocabile che individua la sua presenza e il suo agire, col logo di “Opera Viva” addosso, Bulgini è intervenuto a Livorno, Cosenza, Taranto, Peekskill a New York. Ha costruito aquiloni coi migranti della Jungle di Calais, restituendo alla diversità quella normalità sognante che sfugge ai più. Con gli abitanti di Imlil in Marocco, ha dipinto e decorato scale, elementi semplici e importanti per quelle quotidianità, e nello stesso tempo archetipici. Simbolo assiale dell’Universo e di elevazione, declinato in Barriera nel gesto ironico e dadaista dei Chek point mobili “In-difesa Barriera”, e delle “luci d’artista” a sorpresa in ogni dove. Sempre calato nell’esistente, con quella capacità ricettiva che non conosce prevaricazione, e perciò lo fa entrare in sintonia con le specifiche domande dei luoghi e delle persone che incontra. Fluxartista sui generis, rosso e senza cappello nero, il suo agire, a partire  dalla centralità degli altri e dell’incontro più che dalla propria, si fa “servizio”. Ci mette le idee, il genio e la generosità, il corpo e la faccia… e dimostra che si può, che un uomo solo può fare la differenza. L’ultimo stupefacente intervento, nell’ambito della fiera Flashback, con la cura di Christian Caliandro, chiude “Opera Viva Barriera di Milano”. Una stazione nuova, con Porta Susa e Porta Nuova, “Porta Fortuna”, identificata come si deve da un bel cartellone tre per sei nella rotonda giardino di Piazza Bottesini. Una stazione immaginaria evocata dal gesto dell’artista, semplice e di un’ironia lieve e giocosa. Un luogo oltre e altro, sospeso tra reale e surreale, tra quotidiano e poesia, capace di far esistere l’inesistente, di dare senso di comunità all’infinito passare dei viaggiatori della vita.

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