Alessandro Baricco: “Seta” (riedizione 2016) – di Gianluca Chiovelli

Ormai in libreria ci si va per spizzicare. Come certi nababbi a qualche noioso ricevimento che si rigirano fra le dita lo stuzzicadenti con l’oliva, porgono appena le labbra a qualche calice e guardano, un po’ ennui, le sceniche vivande del buffet. In libreria, ormai, che c’è da comprare? Anche l’offerta latita.
Le case editrici, terrorizzate dal calo delle vendite, vanno sul sicuro: i filoni giallo e fantasy, in tutte le loro varianti, la mezza dozzina di autori sicuri, qualche blockbuster che ci impongono dall’estero e, soprattutto, le riedizioni (abbellite, ampliate, coreografate). Le riedizioni vanno forte, per quattro motivi: non si pagano i diritti all’eventuale traduttore, si raggiunge agevolmente la quota per la grande distribuzione, non si fatica, si va sul sicuro (l’originalità è, ormai, il vero spauracchio editoriale). L’ultimo motivo (andare sul sicuro) è la scaturigine della riedizione di “Seta”, il maggior successo del nostro scrittore più à la page, Alessandro Baricco. Il Nostro assomma numerose qualità: è piacente e piacevole, sinistrino eppur trasversale, zazzeruto, innocuo, ben introdotto, brillante (dirige pure una scuola per scrittura creativa molto celebre: almeno fra coloro che vantano il ghiribizzo di divenire scrittori creativi). “Seta” è opera paradigmatica della sua arte. Fondamentalmente è un libro lounge: levigato, nitido, di facile lettura, rassicurante e mai problematico; insulso, ma non banale; depositario di quella grazia facile che ce lo fa amare e dimenticare subito dopo l’ultima pagina: come una musica lounge, appunto, così gradevole all’orecchio quando si è intenti a conversare col proprio vicino: collo spritz nella destra e l’occhio alla coscia della collega. Baricco, con quel capello assassino da Uomini e donne”, è anche, per usare una vetusta espressione, midcult: egli dona, durante la lettura, l’impressione della cultura; per l’insegnante in pensione, il manager e la sciampista si aprono le porte della vera letteratura, insomma: poco importa che tale sentimento sia destato da un’operazione furbesca. Non voglio però dare l’impressione di una severa stroncatura. Baricco è intelligente, abile e merita addirittura che lo si legga. In tale curatissima riedizione, quasi fastosa, il testo è intervallato dai disegni di Rébecca Dautremer. Sulla qualità dei disegni non mi pronuncio. Sembrano pregevoli: è un giudizio, il mio, che esprimo con rapida superficialità: non è questo, infatti che m’interessa in tale sede. Ciò che preme è mettervi a parte d’una riflessione che l’intera operazione “Seta” ha destato nel mio animo; ed è questa: sfogliando il tomo ho provato l’impressione che il testo rimanga in secondo piano rispetto all’innovazione figurativa apportata. “Seta” insomma, o meglio: le parole che compongono il testo del romanzo “Seta”, concepito da Alessandro Baricco più di vent’anni fa, paiono derubricarsi a didascalia, a tratti inutile, dei disegni creati dalla brava illustratrice francese. 
È una falsa impressione? Giro le pagine e l’occhio è lì che si ferma costante e non sulle limpide frasi del Torinese. Avverto un brutto presentimento. Credo che tale impennata d’ingegno editoriale abbia innescato la miccia di un disastro letterario a venire. Non vorrei, infatti che fra altri vent’anni, una nuova edizione di “Seta” (leccata, curatissima, natalizia) ricca di una scelta ancor più corposa dei disegni della nostra Rébecca, non contempli più il testo di Baricco. Il tempo è un severo maestro e un implacabile assassino di mode e innamoramenti. Nel 2036, insomma, me lo sente nel sangue, è probabile (o auspicabile, da parte di taluni) che il libro culto di Alessandro Baricco scompaia del tutto, sostituito integralmente dalle creazioni della nostra Rébecca e rilevando nella mente dei pochi che lo ricorderanno come la reliquia dimenticabile di un’epoca fatua della nostra letteratura. Qui sait?

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