Alessandra Crocco e Alessandro Miele “L’Ultimo valzer di Zelda” – di Marina Marino

17 agosto, luogo sconosciuto del Salento. “Cuore mio, mi batti nelle vene.” … “Cuore mio, non ti amo più.” Quasi esito a parlare di questo progetto teatrale, Ultimi fuochi Festival, che reca come sottotitolo “lasciati trasportare da tramonti segreti” perché, egoisticamente, vorrei che segreti restassero, o almeno  noti a chi è disposto a lasciarsi portare da un bus in un luogo sconosciuto, per passione. Quante cose si fanno per passione? Molte. Passione per il teatro e la musica in questo caso e non sono in pochi coloro che vanno in Salento non soltanto per “lo sole, lo mare, lu vento” ma si mettono in gioco per dar respiro all’anima. Il sorgere di un plenilunio difficile da dimenticare accompagna le note di Ciccio Zebini, cantautore ironico e raffinato, a cui, come a molti, piace giocare con le parole. Il tempo di un aperitivo e si dia spazio al teatro. Il luogo è uno spettacolo naturale, il  fondale è un firmamento affollato di stelle come non ne vedevo da anni, le tavole del palco sono balle di fieno, i cambi di costume e scene sono estemporanei e accuratissimi. Parlo de “L’Ultimo valzer di Zelda”, prodotto da Progetto Demoni, di e con Alessandra CroccoAlessandro Miele, che danno corpo e vita a Francis Scott  Fitzgerald e a sua moglie Zelda; una coppia vista dal primo incontro alla tragica fine di lei, arsa viva in un manicomio. Come squarciare una fiaba. Sullo sfondo degli anni Venti del secolo scorso, un testo tratto da scritti autentici amalgamati con l’inventiva degli autori, in una fusione che artiglia mente e cuore. Dal primo incontro, ballando, lei, una bellezza dell’Alabama, la tipica “Rosa del  Sud”, quando i due non si conoscono, si riconoscono. ”Ho ventidue anni, ma fingiamo che ne abbia diciotto, mi fa paura invecchiare e morire” … “Fingiamo”. E non fingono, si amano, ”Cuore mio, la vita è un gioco, ma se ci sei tu, fingiamo, viviamo”e lo fanno, lui scrittore di talento che conosciamo, ma io ignoravo il pathos delle parole di Zeldaviziata, eccentrica, superficiale anima che vaga nel mondo come una ferita aperta e stillante. Scott, come molti uomini, rimane stregato dai suoi capricci, dagli sbalzi d’umore, dalla fragilità. Un matrimonio come molti, un amore come pochi, diventano la coppia simbolo dell’epoca, si fessurano le pareti della fiaba, “Se non scrivo è a causa tua”, l’accusa Scott in crisi creativa, “Sei il solito fallito che da la colpa agli altri dei suoi errori” risponde lei. Come molti amanti si feriscono sapendo con precisione chirurgica dove colpire. Zelda si appassiona alla danza, alla pittura, infine alla scrittura… e qui Scott non regge l’invasione di terreno e si infuria: lei in ospedale sta approntando una versione di “Tenera è la notte”, inspiegabilmente simile alla sua. Zelda, malata di schizofrenia e poi rinchiusa in una cella psichiatrica: ”Zelda, cigno dal collo spezzato dalla vita. O forse da Scott”. Zelda che si libera da sola con le parole “Sento la tua voce attraverso le tubature,  pronuncia il mio nome la tua voce pulita come il vento, caldo il viso, caldo il collo, tu dove sei. Rimpiangevi i tempi in cui le principesse venivano rinchiuse nelle torri, non sono più la tua principessa da liberare?” Qui perdo un battito, lo ammetto. Potenza della storia, del teatro, della bravura dei due attori-autori che intendono fare un raffronto di “lost generation” tra quella coppia e la confusione dei trentenni attuali; una similitudine ardua da ravvisare. Forse bisognerebbe pensare “settanta volte sette” prima di chiamare qualcuno “cuore mio“ e badare bene al proprio, unico. In compenso, da lontano, balugina, incantando, una striscia di mare.

Foto Pietro Previti © tutti i diritti riservati 
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