Aleksej Oktjabrinovič Balabanov: “Cargo 200” (2007) – di La Firma Cangiante

U.R.S.S., 1984. L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche vive i suoi ultimi anni di esistenza prima dell’epoca Gorbačëv, della Perestrojka e della sua definitiva dissoluzione. In questo contesto incerto, di transizione, il regista, Aleksej Balabanov, decide di ambientare il suo film, “Cargo 200”, ispirato da un fatto di cronaca avvenuto proprio verso la metà degli anni 80. Erano gli anni in cui era ancora in corso la guerra russo-afghana, all’epoca venivano denominati cargo 200 gli aerei con cui le salme dei militari sovietici morti in Afghanistan tornavano su suolo patrio. In realtà il titolo del film e il suo significato hanno un’importanza solamente a latere nell’economia del racconto messo in scena da Balabanov. Quello che preme al regista è con tutta probabilità ritrarre lo stato di abbandono e incertezza in cui versava il paese attraverso le vicende di pochi protagonisti, uomini e donne, nei quali sembra non trasparire più speranza, colmati di durezza, pessimismo e crudeltà istupidita. Proprio a fronte di queste sensazioni, più che in virtù di scene o sequenze particolari, “Cargo 200” risulta un pugno nello stomaco reso ancor più vivido e feroce da alcune scelte del regista, principalmente musicali, che cozzano con l’asprezza del quadro d’insieme in maniera volutamente ridicola. Il professor Artem (Leonid Gromov) sta andando a trovare la madre che abita nei pressi di Leninsk; sul tragitto si ferma in città a salutare il fratello Mikhail (Yuri Stepanov), colonnello dell’esercito, a casa del quale ha modo di incontrare sua nipote e conoscere Valera (Leonid Bichevin), un amico della ragazza. Sulla strada verso la casa della madre l’auto del professore rimane in panne, il luogo è isolato, Artem cerca aiuto in un casolare di campagna. Qui abitano Aleksey (Aleksey Serebryakov), quello che in America probabilmente definirebbero un redneck ubriaco con pretese da filosofo e pensatore, politico, teologo… e Antonina (Natalya Akimova): una coppia di produttori di vodka di contrabbando. Nei pressi del casolare gravita anche un altro personaggio ambiguo, il taciturno Capitano Zhurov (Aleksey Poluyan) che contribuisce a rendere l’atmosfera del luogo inquietante e malsana. In tempi diversi e per ragioni diverse, nello stesso luogo si troverà anche Valera, arrivato in compagnia dell’amica Angelika (Agniya Kuznetsova). Purtroppo per quest’ultima comincerà un calvario di violenze, umiliazioni e sopraffazioni che troveranno seguito nell’abitazione di Zhurov. Le crudeltà alle quali la ragazza verrà sottoposta saranno indicibili. Guardando “Cargo 200”, ricevendo questi colpi bassi insieme ai protagonisti del film, viene quasi da chiedersi quale sia il punto, cosa voglia dirci con un film del genere Aleksej Balabanov. Poi ricordi che tutto è la narrazione di un fatto di cronaca e allora diventa superfluo cercare ogni significato, non c’è un punto. E se c’è è la stortura, sono le crepe nell’animo umano che una società degradata, squallida, allo sbando, contribuisce a portare alla luce, a esasperare. Non c’è giusto, non c’è sbagliato, c’è la distruzione prossima di un paese che va a braccetto con la distruzione morale dell’essere umano in uno scenario apocalittico che poi apocalittico non è… proprio per questo risulta ancor più irricevibile. Balabanov propone un film duro, breve, che non strizza l’occhio a niente e nessuno, sicuramente un film non per tutti, in questo caso nemmeno per molti; difficile da capire non per la trama che è lineare e facilmente leggibile quanto per i contenuti, per i messaggi, per la visione che veicola, non tanto difficile da cogliere quanto da accettare. Duro anche nella messa in scena, secca, essenziale e squarciata da sprazzi di ridicolo affidati alle musiche che stonano con il contesto brutale, scelta palesemente voluta del regista. Balabanov è scomparso qualche anno fa lasciando circa una quindicina di film dei quali, temo, non tutti e non molti siano reperibili nella nostra lingua. Varrebbe la pena approfondire.

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