Alberto Savinio… dioscuro moderno – di Giulia Giannoni

M’è capitato più di una, due, dieci volte in quest’ultimo anno che uscisse fuori, tra una bevuta e l’altra al bar, il nome di Alberto Savinio, e ogni volta la stessa domanda “Ma chi è?”, e io “è il fratello di Giorgio de Chirico, il pittore”. Tutti rimangono sempre un po’ perplessi e, dopo essersi accertati che non abbia sparato una boiata a caso si chiedono, perché l’uno abbia quel cognome di gran fama e il fratello un altro. Qualcuno, preso dal disorientamento più totale, arriva addirittura a scomodare lo scrittore Saviano, il politico(?) Salvini, o il conduttore Savino… come se avessero insondabilmente a che fare con Alberto Savinio, un genio eclettico e profetico, incompreso dal suo tempo, come accade a quelli fuori dal coro, sfuggenti all’omologazione. Tuttavia, a nulla servono i venti che continuano a soffiargli contro, il suo veliero è temerario e audace e si ostina a seguire la propria direzione fino all’approdo finale della vita, avendo fede che in qualche modo il suo tesoro nascosto sarà scoperto dai posteri. Il suo vero nome è Andrea de Chirico, classe 1891, nato e vissuto durante gli anni dell’infanzia in quell’Atene intrisa di miti e magia che così tanto influenzerà la sua visione del mondo e dell’arte, così come quella del fratello Giorgio pittore. Andrea non si limita alla pittura e percorre altre strade dell’arte: compositore, musicista, critico, avanguardista, traduttore, scrittore di prosa e poesia, romanzi e racconti, saggi e biografie, teatro e filosofia. Alberto Savinio è tutto questo e molto di più ma, al contempo, niente di tutto ciò, se vogliamo portare rispetto a quelle definizioni di “dilettante”, “moltiplichista” e “ipocrita” (nel senso di amante del paradosso e delle contraddizioni) che lui stesso, rifiutando le futili etichette attribuitegli, offre di sé. Chi li conosce, sa che i due de Chirico vengono talvolta associati ai gemelli Castore e Polluce, altrimenti detti Dioscuri, e considerati all’unanimità come gli iniziatori della Metafisica pittorica. André Breton (che li conosceva personalmente e anche molto bene) li annovera addirittura tra i capostipiti del Surrealismo. Tuttavia il giovane Andrea, forse per prendere le distanze dalla figura così imponente del fratello e imboccare una strada che fosse tutta e solo sua (sia mai che qualcuno osasse dire che i suoi lavori non erano farina del suo sacco) o, chissà, forse per spirito di sacrificio fraterno, per lasciare a Giorgio quella sorte di “annunziatore” che il nome de Chirico significa a livello etimologico, decide di usare uno pseudonimo, che rimanda al nome di uno scrittore francese semi-sconosciuto di nome Albert Savine. Da una parte tentativo di autodefinizione, dunque, dall’altra ricerca di anonimato. Così parla suo figlio Ruggero: “Le personalità erano diverse. Più monumentale, perfino nel modo di camminare, ed egocentrica quella dello zio. Defilata e ironica quella di mio padre”. Si capisce che Savinio fa parte di quella schiera di strani tizi che amano guardare il mondo dagli angoli bui del sottosuolo, senza essere a loro volta guardati, come “spiando dal buco della serratura”. Savinio ci prende gusto con le maschere e con gli alter-ego, gli piace dissociarsi, mostrarsi sotto mentite spoglie, cambiare identità… ed è così che col dispiegarsi dei suoi anni e della sua carriera cominciano a riprodursi tra le fitte pagine della sua vastissima produzione letteraria uno, nessuno e centomila piccoli Andrea, a partire dal nom de plume Alberto Savinio, fino al prediletto Nivasio Dolcemare e ai meno noti signor Dido, Animo, Aniceto Negri, signor Münster, Caterino, Omero Barchetta… e chi più ne ha più ne metta. C’è anche del narcisismo sotteso in questa operazione di make up artistico: scrivere biografie, ad esempio, gli piace in quanto gli permette di parlare di sé attraverso la narrazione di altri (che è un po’ quello che facciamo tutti, più o meno consapevolmente). Esemplare in questo senso il libretto “Maupassant e l’Altro”, la sua lettura non tanto di Guy de Maupassant, ma di un certo Guy de Maupassant… l’altro, quello oscuro, in preda alla follia, che solo grazie a questo stato di alterazione psichica scrive i suoi racconti migliori e più autentici, come “Le Horla”. A mio avviso, la chiave di volta dell’intera carriera di Savinio si può riassumere proprio nel concetto di Alterità: l’Altro è la donna, l’infanzia, il sogno, lo sguardo, l’inconscio, la follia, la morte, e l’arte stessa, che ha per l’appunto il compito di far luce sull’Altro, certamente non nel senso di spiegarlo, ma di riprodurlo, tale e quale a come si mostra nella vita. L’arte di Savinio è poliedrica, misteriosa, insensata ed enigmatica, così come lo è il mondo, ma proprio in questo suo caos fondante rivela un disegno profondo, una vera e propria Metafisica del Tutto, in cui i confini delle cose si sfaldano, i generi artistici si mescolano, l’oscurità si trasforma in luce epifanica, la follia si converte in verità, l’assenza diviene presenza, la morte si mescola con la vita, l’infanzia assume i connotati della saggezza. Peccato che si tenda a ricordarlo più come scrittore e pittore, e molto poco come compositore. Vero è che la sua produzione musicale si concentra solo in due brevi periodi (e non perché della musica poteva fare a meno, al contrario, perché aveva paura di cedere alla sua forza fascinatrice e temeva che la sua esistenza potesse essere travolta e risucchiata da essa): uno è quello del 1912-15, durante gli entusiasmanti anni parigini vissuti nel pieno fermento delle nascenti avanguardie, a fianco del suo amico nonché padre intellettuale Apollinaire; l’altro è quello del 1948-51, ovvero dei suoi ultimi anni di vita, quasi a chiudere il cerchio della sua carriera artistica con un ritorno alle origini, ma arricchito delle tematiche letterarie nel frattempo elaborate. La musica rappresenta dunque il filo conduttore, l’apertura e la chiusura del suo percorso artistico, esistenziale e spirituale. Piuttosto sconvolgente pensare al fatto che ottiene il diploma in pianoforte e composizione al conservatorio di Atene a soli 12 anni e, un altro tassello significativo si aggiunge con lo studio del contrappunto con Max Reger (ai tempi uno dei più interessanti compositori bavaresi) a Monaco, città dalla fervente vita musicale nella quale il nostro enfant prodige della musica ha modo di immergersi appieno. Arrivato a Parigi, Savinio trova un terreno più che mai fertile per sfogare tutta la sua incontenibile euforia compositiva giovanile: è proprio qui, nella sede della rivista culturale di Apollinaire “Les Soirées de Paris”, che la sera del 24 maggio 1914 tiene il suo primo concerto. Il pubblico ne rimane scandalizzato, cosa non rara in quegli anni, visto ad esempio lo scalpore generato dall’irruenza delle Serate Futuriste in Italia, o la bolgia gigantesca di un anno prima al Théâtre des Champs-Elisées, quando alle novità sonore di Stravinskij (guarda caso uno dei maggiori modelli di Savinio musicista) il pubblico si divide in due fazioni, favorevoli e contrari, e inizia ad azzuffarsi, nonostante l’imperterrita prosecuzione da parte degli orchestrali. La prima performance di Savinio, tuttavia, è di una violenza talmente spietata che qualcosa di così inaudito probabilmente non si era ancora mai visto né sentito. Apollinaire ricorda, in “Musique Nouvelle”: “Sta in maniche di camicia, monocolo all’occhio, si dimena al punto che lo strumento fa quello che può per soddisfare il diapason entusiasta del musicista […] maltratta così tanto lo strumento che suona, che dopo ogni pezzo di musica si portavano via i pezzi di pianoforte che aveva rotto per portargliene un altro, che incontinente rompeva”. Pare addirittura che percuotesse i tasti del pianoforte letteralmente a sangue. Savinio ha un debole per i neologismi e per i significati nascosti nei nomi propri e nelle parole in generale (il suo personalissimo uso del linguaggio raggiunge l’apice nella “Nuova Enciclopedia”, che raccoglie più di 200 voci completamente straniate dal loro contesto abituale), tanto che crea appositamente un aggettivo per definire la sua musica, da lui battezzata come “sincerista”. Forse anche in questo caso il termine gli serve per prendere le distanze da qualcosa, e precisamente dalla reputazione di “futurista”, che ancora oggi gli viene appioppata con troppa leggerezza. Negli “Chants de la mi-mort” del 1914, la sua più famosa suite per pianoforte e al contempo testo teatrale, nonché suo primo testo letterario, Savinio riprende le linee direttive e le tecniche tipiche del futurismo, come la forma “a collage” che spezzetta lo scorrimento del tempo (la distruzione della cosiddetta “quadratura”, ovvero del ritmo regolare che fino a quel momento era stato abitualmente in uso nella musica) e la compenetrazione tra rumori e suoni musicali, ma conferisce loro un significato e uno scopo esattamente opposto a quello futurista: se per quest’ultimo l’introduzione del rumore serve a celebrare l’incedere delle scoperte scientifiche, per il musicista “sincerista” esso mette in risalto il senso del grottesco, il distacco razionale, l’angoscia e il conflitto drammatico che deriva dal progresso tecnologico. Analogamente, se l’”uomo nuovo” di Marinetti aspira a diventare un essere meccanico, libero dall’idea della morte, che non conosce amore, dolore, bontà, l’uomo-manichino saviniano è il suo diretto ribaltamento… rappresenta la consapevolezza di non poter nulla contro il pensiero della morte, se non accettarlo, eliminarne il tabù, lasciarlo fuoriuscire come un magma fino a farlo convivere con la vita stessa. Negli “Chants de la mi-mort” il ritmo esplode in una miriade di sfaccettature diverse, che includono tra l’altro melodie conosciute come l’inno di Mameli. Ogni disegno musicale si ripete due, tre o quattro volte, secondo “il bisogno naturale dell’orecchio”, prima di essere sostituito da un disegno completamente differente. La musica metafisica s’infiltra negli squarci della coscienza lacerata, fino a indagare l’inconscio, inseguendolo in una corsa senza sosta, di modo che risulta impossibile per Savinio immobilizzare il tempo musicale. In ciò si può scorgere, da una parte, l’influenza del già citato Stravinskij, che, come spiega Michele Porzio nel primo saggio che affronta in modo organico l’argomento riguardante il Savinio musicista, “rivoluziona la dimensione temporale della musica grazie a un impulso instancabilmente mutevole del ritmo”; dall’altra di Satie, anche lui personaggio di spicco dell’ambiente avanguardistico parigino di inizio secolo, ma non inquadrabile all’interno di definizioni conchiuse. “Il caso Satie è il caso di un uomo che voleva essere creatore di musica, ma non riuscendo a possedere i mezzi di una creazione musicale che lo soddisfacesse, si adoprò a distruggere la musica nella sua forma più vistosa”: sono parole dello stesso Savinio, incluse in “Scatola sonora”, raccolta postuma di scritti musicali realizzati tra i due periodi di vera e propria produzione compositiva, che costituisce senza dubbio il testo più illuminante per chiunque voglia entrare più a fondo nella personalissima dimensione musicale, artistica e poetica di questo Dioscuro moderno ancora ingiustamente sconosciuto ai più.

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