Alberto Fortis: “Tra demonio e santità” (1980) – di Alessandro Freschi

Sono finiti ormai i tempi dell’amore e le piccole vie delle città di mare si restringeranno fino a quando i muri combaceranno l’uno contro l’altro e sarà un grande quadrato di pietra dall’alto del quale colerà un rigo di sangue, spremuto e vivo, che, una volta a terra, germoglierà i tempi dell’amore“. Un pensiero raccolto in una riga bianca stampigliata nella zona inferiore di uno sconfinato sfondo corvino. Un pensiero criptico, visionario, figlio di una espressività artistica difficilmente afferrabile con un superficiale contatto. È quanto mai minimale il suggestivo artwork della copertina interna del secondo album di Alberto Fortis, “Tra Demonio e Santità”, rassegnato alle stampe nel 1980. Quella con il produttore discografico Vincenzo Micocci è una questione tutta personale. Alberto Fortis ha urlato ai quattro venti che avrebbe voluto ammazzarlo. Lo ritiene il diretto responsabile delle interminabili ore trascorse ad ammuffire nelle sala d’attesa dell’etichetta capitolina IT. Lo ritiene colpevole di non aver saputo cogliere il potenziale, di non avergli prestato le attenzioni dovute, di non “aver saputo decidere”. E insieme al padre-padrone Micocci odia anche tutto ciò che lo riconduce a Roma, “città del potere” nella quale si è rifugiato dopo aver abbandonato Genova e gli studi universitari e dalla quale è stato respinto senza diritto di replica.
Alberto non nasconde altresì di essersi innamorato delle grigie atmosfere di Milano, metropoli che lo ho capito e saputo coccolare (“Milano sono tutto tuo”). D’altro canto qui ha fatto conoscenza con i coniugi Salerno (Alberto paroliere di successo – con alle spalle hits del calibro di Io Vagabondo e Bella da Morire – e la moglie Mara Maionchi, rinomata talent scout) che lo hanno introdotto nell’ambiente musicale che conta ascrivendolo alla prestigiosa scuderia Polygram. Le invettive “Vincenzo io ti ammazzerò sei troppo stupido per vivere” o “E vi odio voi romani, io vi odio tutti quanti, brutta banda di ruffiani e di intriganti” e la delicata poetica di brani come La Sedia di Lillà o L’Amicizia hanno ben presto fatto breccia tra i consensi del grande pubblico che non ha esitato a decretare il giovane cantautore Alberto Fortis ed il suo omonimo album d’esordio come rivelazioni discografiche dell’anno 1979 catapultando il 33 giri tra le primissime posizioni della classifiche di vendita nazionale.
Così, dopo aver avuto l’onore di aprire il concerto modenese di James Brown e recitato un piccolo cammeo nella pellicola cinematografica Liquirizia di Salvatore Samperi, Fortis fa ritorno nel comasco agli studi di registrazione Stone Castle di Carinate per realizzare l’ideale prosieguo artistico del convincente debut-act. Se per il lavoro dell’anno precedente la label meneghina ha messo a disposizione del cantante domese Claudio Fabi per la cura degli arrangiamenti e quattro colonne della gloriosa Premiata Forneria Marconi (Premoli, Dijvas, Di Cioccio e Mussida) in occasione di questo inedito capitolo al fianco del confermato direttore d’orchestra prendono posto, tra gli altri, l’ex “fornaio” bresciano Mauro Pagani al violino, Joe Amoruso al piano, il chitarrista Roberto Puleo ed i bassisti Loris Ceroni e Cosimo Fabiano. È l’imperituro contrasto, la lotta tra luce ed ombre, bianco e nero, bene e male ad addensarsi nell’anima narrativa di “Tra Demonio e Santità” (1980), concept che per intenzioni ed articolati orditi musicali lambisce stilemi di natura progressive seppur restando ben ancorato, in virtù del meticoloso ricorso alla ricerca della parola “giusta”, ai tipici canovacci cantautorali.
Sentimenti, speranze ed inquietudini vengono tratteggiate attraverso una prospettiva intimistica, tra cronache quotidiane e storie legate al passato, riservando un particolare occhio di riguardo ai rapporti interpersonali. Così, se tra le pieghe dei testi Prendimi Fratello (“Segui i miei perché, non lasciarmi quasi mai e pensa in modo di non dirmi no se ti sto scordando lasciami il tuo segno e dritto agli occhi la ritroverò”
) e Al Di Là della Porta di Vetro (“E tu mi dicevi “Ho paura, dimmi almeno se mi aspetterai” “Corri felice, io non tradirò mai” sempre, insieme, sicuri, perché uguali, perché puri”) traspare quanto mai evidente lo smisurato valore che Alberto ripone nella sincerità e nell’amicizia, in brani come Dio Volesse (“Te che oramai io uso come alibi d’amore perché è davvero orribile accettare il niente”), Dialogo (“Comunque ti do la mia verità. Non sono pronto per amarti”) e T’innamori (“E a chi ti ha detto amore e a chi te lo dirà dagli fiducia sempre la tua felicita’. Se parlerà di tempo, non rifiutargli un si“) affiorano inquietudini e riflessioni sulle altalenanti stagioni dell’amore, eternamente agitate tra istinto, sentimento e contraddittorie razionalità. Bene, Insomma ci regala un Fortis risoluto nell’esortazione al non abbassare mai la guardia” contro le vicissitudini esistenziali (“Di buttarmi via personalmente sono proprio stanco, non sopporto più di far l’amore con un lenzuolo bianco. Se gli eventi mi travolgono, li affronto. Voglio stare bene adesso dove sto e non vivere rimbecillito e tonto con la voglia di abbracciare chi non ho”) mentre in Parlando ai Grandi vengono proiettate le istantanee di un intenso spaccato familiare nel “mai banale” rapporto genitore-figlio (“Prova ad avere un figlio alla tua età e dargli caldo vento e verità. Parlagli di te”).
Sono comunque i dodici minuti della suite d’apertura che dà il titolo all’album, il geniale fulcro del lavoro. Suddivisa in tre movimenti,
Tra Demonio e Santità, è una piccola gemma, un colorato quadretto allegorico, all’interno del quale Fortis si dimostra abile nell’insinuarsi tra i ripetuti cambi di tempo con il suo suggestivo falsetto indossando di volta in volta gli abiti di scena dei bizzarri interpreti della teatrale recita. Nata nel 1976 con il titolo È Forse Vita è stata trascritta da Giorgio Santiano, pianista pinerolese che conobbe una discreta notorietà ad inizio anni sessanta con la beguine Auf Wiedersehen a Diano Marino. Nonostante i numeri delle copie vendute del Long Playing, risultino distanti dal precedente Alberto Fortis” (1979), Tra Demonio e Santità (36a posizione nelle classifiche 1980) si conferma a distanza di quarant’anni uno dei dischi cantautorali italiani più ispirati del decennio ottanta. Un disco assolutamente da recuperare da chi se lo fosse perso per motivi anagrafici o semplicemente per pura distrazione. “Do l’impegno e do il coraggio prendo i trucchi e le viltà, nel mio patto tra demonio e santità”.

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One thought on “Alberto Fortis: “Tra demonio e santità” (1980) – di Alessandro Freschi

  • Giugno 8, 2020 in 10:34 am
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    un disco meraviglioso, da avere assolutamente nella propria discografia. ricordo di avere letto che Alberto aveva combattuto per farlo uscire prima ancora del celebre “Alberto Fortis” che conteneva i suoi maggiori successi.
    Una lunga suite dove la poesia regna sovrana.
    Grandissimo Alberto

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