Alberto Camerini: Le profezie di Arlecchino – di Capitan Delirio

Arlecchino, come uno spiritello dispettoso, viaggia attraverso i secoli, cambiando aspetto e modo di comunicare nel tempo, ma sempre recando messaggi di estrema serietà e gravità con il ghigno beffardo, scolpito sulla sua maschera nera, come a volerli esorcizzare vivendoli in prima persona. Arlequin, Harlequin, Alichino o Zanni Arlechi, da messaggero delle divinità ctonie o degli inferi presso le comunità agrarie precristiane o pagane, passando dalla Divina Commedia di Dante dove è un diavolo dei Malebranche in un girone dell’Inferno, trova la definitiva consacrazione nella farsa bergamasca dove si delinea in maniera più nitida la sua maschera da povero diavolo, sempre con il volto nero da demone ma vestito da un’infinità di stracci colorati cuciti a caso. Goldoni, insieme alle altre maschere della farsa, lo porta in scena con la sua Commedia dell’arte, dove Arlecchino è uno dei pochi personaggi con licenza di improvvisare. Attori di un certo calibro, in grado di rispettare il canovaccio della commedia, interagire con il pubblico e improvvisare sui lazzi, negli anni non sono stati tanti. Degni di memoria sono i primi Zan Ganassa o Tommaso Martinelli, fino ad Antonio Sacco, diretto proprio da Goldoni. Nel ventesimo secolo Giorgio Strelher o Claudia Contin lo fanno rivivere in teatro, insieme ad altri estimatori della Commedia goldoniana, ma a portarlo fuori dai teatri eleggendolo a proprio nume tutelare e ispiratore è il cantautore Alberto Camerini. Quello di Camerini è un Arlecchino moderno, rinnovato nel look, con la tipica calzamaglia policroma, ma più luccicante e la cresta fluorescente dei capelli ad incorniciare il volto scoperto, con la maschera del demone pendente sul petto; l’immedesimazione è totale. Camerini è Arlecchino e Arlecchino è Camerini e se lo porta dietro in ogni sua manifestazione dal 1981 in poi, anche se negli album precedenti i riferimenti alle maschere e al carnevale sono continui; Arlecchino è presente in ogni singolo brano, in ogni testo delle sue canzoni, facendone un concept trasversale di tutta la sua espressività artistica, in uno slancio Glam Rock, come fu all’inizio per lo Ziggy Stardust di David Bowie. La leggerezza della maschera bergamasca è un altro elemento che si va ad aggiungere alla già ricca proposta del cantautore che, nei testi affronta tematiche sociali, dimostrandosi sensibile alle problematiche di quel turbolento periodo storico alla metà degli anni settanta ma, quando serve, sa evadere rifugiandosi nel fantastico mondo delle favole e della Commedia dell’arte, inserendo il fragore e l’allegria del carnevale con le sue follie. La varietà autoriale andrebbe gustata brano per brano… citando a caso Pane Quotidiano, Gelato Metropolitano, Sicurezza, Comici Cosmetici, Macondo o Serenella. Dal punto di vista musicale la varietà è ancora più ampia, passando dall’Hard Rock al Glam, dagli arrangiamenti acustici contaminati con i ritmi tribali brasiliani, per non dimenticare mai le proprie origini sudamericane. Dal Pop più puro alla ricerca di sonorità più moderne, attraverso l’elettronica e i sintetizzatori. Negli anni della ribellione Punk è tra i primi in Italia ad aderire al nuovo sound ed a proporre anche il ritmo sostenuto dello Ska, per poi sperimentare giocando con la musica classica. Nella devastazione musicale del post Punk è tra i pochi autori in Italia a traghettare la produzione nostrana verso la New Wave. Così Arlecchino, dopo aver vagato per anni, trova la strada spianata per impossessarsi del genio creativo di Alberto Camerini e, pur mantenendo le caratteristiche peculiari della musica del cantautore italo-brasiliano, infonde una leggerezza tipica da saltimbanco e rende il sound più accessibile, ballabile, attraverso l’elettronica del Sinth Pop, lanciando le sue profezie sulla robotica sempre più dominante e sull’automazione dell’essenza umana. Camerini/Arlecchino vive in prima persona le analisi fatte qualche decennio prima da Isaac Asimov che descriveva un mondo governato dalle macchine, grossomodo come quello che stiamo vivendo oggi, e anticipando la denuncia dell’astrofisico britannico Stephen Hawking che sostiene una teoria inquietante seppur verosimile: quando le intelligenze artificiali supereranno la fase critica e cominceranno a essere capaci di evolversi da sole, non potremo prevedere se i loro obiettivi saranno uguali ai nostri. Con gli album “Rudy & Rita” (1981) e “Rockmantico” (1982) raggiunge le vette delle classifiche, le apparizioni televisive si intensificano in maniera incontrollata e, nell’immaginario collettivo, la maschera gli resterà attaccata addosso per sempre, soprattutto per l’esecuzione di Rock ‘n’ Roll Robot. Pur avendo prodotto album eccellenti prima e dopo il successo commerciale,  la critica italiana non gli perdonerà mai questa virata verso la leggerezza Pop che fa parte naturalmente, invece, della sua natura sia umana che artistica. Negli ultimi anni Camerini ha smesso i panni di Arlecchino, perché probabilmente ormai ce li ha dentro, come una condanna e un privilegio, e non ha più bisogno di ostentarli; si dedica alla sperimentazione e ad esibizioni per un pubblico più selezionato, per concedersi qualche apparizione in trasmissioni televisive incentrate sulla nostalgia degli anni ottanta, aspettando la prossima reincarnazione di Arlecchino o qualcuno che ne sappia raccogliere l’eredità, rinnovandola.

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