Alberto Camerini: “Johnny” (1981) – di Girolamo Tarwater

Arlecchino e il suo Carnevale hanno quindi molte facce. Dove, forse, Alberto Camerini si espone più di quanto immagini non è tanto nella famosissima Rock’n’roll Robot (“Come un Arlecchino ma non si rompe mai, attacchi la corrente, si accende e partirà”), e neanche in Bip Rock (“Rock, rock, rock Arlecchino pazzo come me”) ma nella purtroppo programmatica Johnny, brano pubblicato in “Rudy e Rita” del 1981 e che mette in scena preventivamente il declino di Camerini… o meglio, il lato oscuro della sua carriera allora al culmine. “Johnny non si vola, ora tu sei qui, come un Arlecchino sogni non ne hai più immigrazione, Pantalone, oh no! Johnny non sapevi, è dura la città, appena cominciato hai finito già incatenato, controllato, oh no! Ma quando è notte e sei disperato e vuoi soltanto la tua rock ‘n’ roll band e ti chiedi se sotto le stelle ci sarà un posto anche per te, ti chiedi perché. Oh, Johnny, adesso che farai? Oh, Johnny, adesso dove vai? Non c’è chi ti aiuta, baby, non c’è chi ti cerca, baby, tieniti su. Corri nella notte, stai attento a te, ti fermi alla stazione e voli col DJ una canzone, un emozione, un juke-box all’una, lei chissà dov’è, hai sete di benzina ma soldi non ce n’è, sulla strada corri via. Ma quando è notte e sei disperato e vuoi soltanto la tua rock’n ‘roll band“.
In filigrana si riconoscono molte delle immagini incontrate. I primi versi elencano alcuni dei temi centrali della poetica del Nostro. Il “non si vola” del primo verso e l’“incatenato” della fine della prima strofa inquadrano uno spazio virtuale da cui non si può uscire, come una prigione. C’è poi Arlecchino, messo in relazione con Pantalone, servo e padrone, in mezzo l’immigrazione e a seguire la vita urbana alienante. In questo quadro desolante il desiderio di Johnny è molto semplice: una rock ’n’ roll band e una chitarra. La musica non gli garantisce il successo con le donne e con i soldi anzi, amplifica la percezione di solitudine, che il Camerini musicista cavalca fino in fondo nello strepitoso assolo di chitarra finale. La favola è finita, proprio quando sembrava stesse per cominciare. La danza, che ritorna moltissime volte nei testi (si pensi a Tanz Ballerina, singolo estratto da “Rockmantico” del 1982) qui è finita. L’artista resta solo con la sua chitarra mentre tutti si aspettano il Computer.
Proprio il rapporto con la chitarra e le tastiere ha una sua configurazione particolare in Johnny. Nella seconda parte della strofa (“Ma quando è notte e sei disperato…”) compare come sfondo una tastiera, come degli archi artificiali a creare una nuova atmosfera dolente. Alla fine, quando si passa al ritornello (“Oh Johnny…”) entrano le chitarre, dando vigore all’accompagnamento secondo gli stilemi più classici del rock mainstream, roboante, fatto di sovraregistrazioni ad effetto e di riff fulminanti. Ma è alla fine della canzone, dopo il secondo ritornello, che si capisce cosa è cambiato. L’assolo, in perfetto stile Van Halen, è infatti introdotto da un urlo: “guitar!“, che lo lancia nella sua cavalcata. Questo grido quasi da fuori campo funziona come un’icona su cui cliccare per ottenere l’applicazione desiderata. Questo è ciò che la chitarra è diventata, un’icona messa nel testo musicale, più che il suo vettore o sua parte fondante. Così ha perso la sua fisicità che tanta importanza ha nel rock per diventare inciso, icona, immagine, un pezzo della produzione, magari il più accattivante ma declassato dal suo ruolo di protagonista assoluto. Per la cronaca, nel disco, la chitarra elettrica, altre che ad “Arlecchino“, è affidata al mitico Alberto Radius.
Così Camerini, che aveva iniziato la carriera come apprezzato session-man con la chitarra in mano, è entrato nel mondo dei nuovi media tutto d’un botto e non è stata la favola che si immaginava. I mondi incantati delle favole sono da una parte il regno dell’amore, dall’altro il luogo di una rivisitazione poetica della moderna e fredda tecnologia, ma entrambi finiscono per essere spazio e tempo della disillusione. Tra sentimenti e macchina, esigenze del cuore ed esigenze dello Star-System, nonostante tutti gli sforzi di Camerini resta una radicale incompatibilità. È tutto un gioco, che però non riesce a fare i conti con la realtà. O meglio: riesce a farlo e in modo strepitoso, ma solo nelle canzoni. Finito il brano, finito tutto. In quest’ottica il modo di trattare il suo personaggio, che tanto vorrebbe diventare una rockstar, è in sintonia con una delle direzioni artistiche di quei tempi.
La spersonalizzazione dell’artista attraverso l’uso di maschere, dai camuffamenti elaborati e dandy di Bowie alle messe in scena di gruppi come i Rockets o, ancora più seminali, i Kraftwerk, per non dire delle dissimulazioni a venire di Residents o MARSS. L’elettronica ha portato nella musica un tratto di spersonalizzazione, quasi che la macchina potesse prendere il posto dell’uomo o che l’uomo volesse essere sostituito dalla macchina. Il passaggio di Camerini dalla chitarra, che comunque non ha mai lasciato, alla tastiera, ha a che fare con questo movimento. La chitarra è uno strumento molto “fisico”, che richiede al musicista una partecipazione totale. L’air guitar (mimo di uno che suona la chitarra senza averla tra le mani) si basa proprio su questo dinamismo: anche se fatta d’aria, tutto il corpo si agita come se ci fosse. Ma a questo punto si può ancora parlare di chitarra? Come si è visto la chitarra, strumento rock per eccellenza almeno fino ad allora, perde la sua connotazione e diventa quasi un sample prima dei samples, un’icona messa nel testo più che parte viva di essa. La chitarra diventa iconica, una citazione, residuo, parodia. Tutte cose in cui Camerini eccelle.

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