Alberto Camerini: “Comici Cosmetici” (1978) – di Girolamo Tarwater

La vicenda musicale di Alberto Camerini è, per certi versi, emblematica del passaggio dagli anni 70 agli 80. In lui si possono ritrovare, come in un caleidoscopio rotolante, le tante sfaccettature delle vicende italiane. Un percorso, il suo, che passa dai centri sociali a “Superclassifica Show”. In realtà non è l’unico a compiere una tale metamorfosi: pensiamo alle svolte pop di Alan Sorrenti o Franco Battiato. Una descrizione attenta e disillusa, ma anche scanzonata, della società caratterizza in modo evidente i dischi di Alberto Camerini pubblicati per la Cramps Records. Il punto di vista è quello dei centri sociali, o perlomeno di quella che allora si chiamava “Controcultura”. Un’attitudine situazionista, addirittura punk. Troppo intelligente, troppo fragile.
Camerini si è poi perso per strada, lasciandoci nel frattempo non poche straordinarie canzoni, più complicate di quanto sembri, mix di melodie e trattati di sociologia. “Siamo neo-realisti, obliqui, dadaisti, internazionalisti, ultra pacifisti iperrealisti, psico-maoisti punkisti, idealisti, demo-naturisti ex-strutturalisti, neo-situazionisti skizo-socialisti, ex-minimalisti”.
Un elenco, questo, che potrebbe leggersi nei di saggi di Michel Focault “Sorvegliare e punire” (1975) e “Storia della follia” (1961), e che si trova invece nella straordinaria canzone che dà il titolo a “Comici cosmetici” (1978), terzo album in studio di Camerini. Nel brano in questione, l’artista inscena un’incursione di attivisti in un centro commerciale. Un riferimento che si allarga alle beffe che Foucault si fa della lettura dell’elenco bislacco di Borges, ne “L’Emporio Celeste di Conoscimenti Benevoli” (ne “L’idioma analitico” di John Wilkins, in “Altre Inquisizioni”, 1952).
Se le singole parole, già destrutturate e ricomposte con ricorrenti prefissi (neo, post, ultra, ex, uno strambo skizo), singolarmente possono richiamare scenari seri, o per lo meno contesti socio-culturali che non stonerebbero in un ambito accademico, messe insieme formano una comica deriva delirante, oltre che una cantilena che le uniforma tutte (“…isti…isti…isti…”). Tanto più se le si confronta con le parole immediatamente precedenti e successive di Comici Cosmetici: “Entrata a razzo, sì, nuova entrata al 33simo posto il pezzo più forte, new entry anche nei Camerini di Modamania! […] Aaaaarghhh… Non mi toccare il culo aiuto… Stupido… terrorista… Basta con la donna oggetto… Il maschilismo… stupido… W la disco music… Cretino… Italiano è mio, lasciami, lasciami, lasciami… Ne-No-Ne-No… Paranoia… I’m space man… Non mi toccare… Ma che scena!” Appunto: ma che scena! L’iperrealismo dada di Camerini è portato all’incandescenza, non solo dalla citazione del cognome, uno dei tanti giochi di parole del Nostro, ma anche dalla voce del DJ (Alex Peroni), proprio quella della “Superclassifica Show”. Ogni possibile lettura “seria è poi mandata a farsi friggere dagli esiti dell’incursione punk (ironicissima, col senno di poi, la storpiatura “punkista”), in cui “non mi toccare il culo” e “basta con la donna oggetto” sono giustapposti.
Nella società moderna dei costumi e dello spettacolo, c’è posto per tutti: “Ma che scena divertente, che gente sconvolgente, non ho mai visto una comica così. Siete tutti scritturati, passate in produzione, vi voglio proprio tutti quanti nel mio film, i disc jockey, le commesse, gli autonomi, le modelle, i poliziotti, gli sconvolti, tutto ok!” Le parole, queste, dell’impresario divertito che assiste per caso alla scena, e subito sa come trarne un affare, scritturando tutti – ma proprio tutti – per il suo film, un sicuro successo al botteghino. Ma oltre le parole c’è, ovviamente, la musica. Da questo punto di vista, “Comici Cosmetici” (1978) è forse il capolavoro arlecchinesco di Camerini nel mischiare elementi diversi, facendone un’unità. Un’introduzione dalla comicità surreale, con la fantomatica organizzazione Orgasmo. Una presentazione nel senso televisivo o del mondo dello spettacolo in genere, con un presentatore che annuncia lo show. Qui si vede all’opera il tratto meta-linguistico tipico di Camerini, lo stesso che invita iperrealisticamente Alex Peroni a presentare la classifica, che immette all’interno della canzone anche una dimensione meta-teatrale.
Teatro nel teatro, spettacolo nello spettacolo. Varie scene si susseguono: l’introduzione, il camerino, il centro commerciale, l’incursione situazionista, il manager, ognuna caratterizzata da una propria musica. È il susseguirsi di situazioni e musiche diverse che Camerini sa legare in modo avvincente e creativo.
A rendere ancora più spiazzante l’inizio, l’intermezzo del controtenore, un piccolo gioiello in cui Camerini riesce a mettere insieme elementi, la cui somma dà un risultato molto più grande della semplice addizione aritmetica dei singoli. Ci porta in un camerino… o uno dei Camerini? Archi e voce lasciano intendere una musica barocca, rivelando la passione di Camerini per il Sei e Settecento. Altro tema barocco, lo specchio, tra Narciso e la sofferta (o vuota) riflessione personale, così come pure il teatro, qui colto non dal versante della scena, con l’attore all’opera e il pubblico che applaude o fischia ma, appunto, dal camerino, in cui l’artista si crogiola nelle sue paranoie. Il Nostro qui dà prova di saper usare bene la voce (un altro esempio mirabolante è la voce in falsetto – ancora! – da rockstar come in Mr. Rock da “Rockmantico” del 1982) ma c’è un inciso così realista, apparentemente casuale, che è da fuoriclasse.
Se si presta attenzione, la povera star (o presunta tale), sconsolata prima di iniziare a cantare, in modo del tutto sgraziato, come un fuori campo, dopo un “oh” introduttivo si schiarisce la voce con un colpetto di tosse. Un apparente particolare, che dà però l’idea di un intero mondo dietro le quinte, in cui perfezione e imperfezione, performance e miserie dell’artista, si scambiano di posto. Quello che segue, avviene secondo le più basilari e ferree regole del capitalismo liberista: la legge del mercato, in cui è l’offerta a suscitare la domanda. “Non ho più niente da indossare, non ho vestiti, specchio mio caro, dimmi che cosa devo far. […] Come? Ma vai da Modamania, il paradiso dell’extravaganza, troverai tutto, tutto, ma proprio tutto per il sexy-chic: sete magiche, velluti sintetici esplosivi, pantaloni, camicie, magliette, sospiri elettronici, risate, comici cosmetici, un fantastico DJ, e molto, molto di più”.
Il “come” introduce una batteria che si apre alla più leggera e frivola musica allora disponibile, la disco, con tanto di basso e di archi svolazzanti – manco fosse Gloria Gaynor – e un giro danzereccio di chitarra da chic. Segue il ritornello, con un frizzante coretto da jingle più trans che femminile, che più pop non si può: “Vieni, è favoloso, c’è qualcosa di speciale anche per te! Hey you, I got music and the funky music”, con un basso roboante a cui non può che seguire la reazione entusiasta: “Ma che posto favoloso, è un paradiso artificiale, quanta roba e che prezzi eccezionali! Guarda, guarda quanta gente, che fantastico DJ, Ultraflash, Baby Lips e Cenerentola”. L’incursione terrorista-militante coincide con un cambio di registro musicale: ecco allora schitarrate che sembrano più una incursione dei Black Sabbath che un riff dei Clash o dei Sex Pistols. Insomma di tutto e di più, anzi, tutto “sorrisi e canzoni”. Magari i sorrisi non ci sono più, ma le canzoni sono rimaste.

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