Alberto Bertoli: “Stelle” (2019) – di Fabrizio Medori

“Se sogni, non farlo a metà” è il ritornello di Matto Del Bar, il brano d’apertura di “Stelle” (Halidon 2018), disco che sancisce la maturità di Alberto Bertoli, un autore, musicista e cantante in continua crescita, capace di sognare e di realizzare i propri sogni. Alberto è uno che non si risparmia, che non ha paura di dire – e fare – ciò che ritiene giusto. Porta avanti la “bottega di famiglia” riuscendo ad alleggerire molto il peso di un’eredità importante, con la leggerezza di chi è ragazzo sempre e, nello stesso tempo, con profondità. “Stelle” è strutturato come i dischi dell’epoca in cui internet non aveva ancora reso superfluo l’acquisto dei prodotti culturali, quando dischi, libri e film non erano a disposizione di tutti gratuitamente e c’era una selezione naturale che portava alla produzione e alla diffusione di meno prodotti e di maggiore professionalità.
Il rock emiliano paga un evidente tributo al rock americano, ai cantautori della costa orientale che, a partire da Bruce Springsteen, hanno creato la poetica dell’uomo qualunque, dell’eroe di quartiere e di tutti quelli che non andranno mai sulle copertine dei (tele)giornali, pur contribuendo attivamente e quotidianamente al progresso. Il suono di questo disco, ripreso e organizzato da Luca Pernici, è dinamico e brillante, anche se a volte nasconde un po’ di quella ruvidezza tipica dei concerti di Alberto. I compagni di viaggio di Bertoli sono perfettamente rodati dai tanti live e costituiscono una base granitica per la voce, permettendole di mostrare tutte le sfumature che l’esperienza le ha regalato. La sezione ritmica è formata da Marco Bolgiani, alla batteria e dal bassista Alessandro Ferrari, le chitarre sono suonate dallo stesso Alberto e da Guido Pelati, le tastiere sono affidate a Moreno Bartolacelli, anello di congiunzione tra Alberto e Pierangelo, del quale è stato collaboratore e amico. Per quanto riguarda Alberto, la maturazione dell’autore, del cantante e del musicista è l’elemento che balza prepotentemente in evidenza durante l’ascolto del disco che, come tutti i prodotti di grande musica, richiede ripetuti ascolti.
I riferimenti artistici non si limitano a Pierangelo e agli americani, ma spaziano da Enrico Ruggeri ad alcune delle migliori cose di Antonello Venditti, così come il rock americano, in brani come Meridione Mon Amour lascia spazio a sonorità Tex-Mex e, altrove, ad atmosfere prese in prestito da U2 o Radiohead, tutto abilmente filtrato dalla sensibilità di Bertoli e Pernici, autori di arrangiamenti perfettamente calzanti. Tra i brani firmati dal titolare del lavoro mi sono piaciuti particolarmente Cervia, scritta insieme a Marco Baroni, Giulia, scritta con il Babbo Pierangelo, Vuoto a Perdere, che dietro il racconto del post-sbronza nasconde il risveglio da una perdita dolorosa e la ricerca di un modo per elaborare un lutto profondo. Dario è la risposta di chi è stato cantato dal padre in Ballata per l’ultimo nato e Ninna nanna ai miei bimbi, e che oggi canta la propria paternità. Bellissimi i due omaggi all’autore Pierangelo (e ai Tazenda, che hanno condiviso con il Maestro fondatore della “bottega” un breve ma importantissimo tratto di strada), Eppure Soffia e Spunta La Luna Dal Monte. Bellissime le foto di Rita Basta. Occhio alla ghost track!

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