Alan Sorrenti: “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto” (1973) – di Maurizio Pupi Bracali

Il “vecchio incensiere” di Alan Sorrenti si presenta nel villaggio deserto all’alba di un giorno del 1973 a un anno di distanza dall’ottimo e immaginifico Aria (Harvest 1972) esordio discografico del cantautore sperimentale napoletano, inserito, a torto o a ragione, come innumerevoli gruppi e singoli artisti di quegli anni, nel fumigante calderone del rock progressivo italiano. Ma, al contrario del primo album, identificato con quella brevissima paroletta di sole quattro lettere, in questo secondo disco, “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto” (Harvest 1973), il titolo è lungo, reboante e pretenziosetto neanche fosse quello di un film di Lina Wertmüller, così come la confezione, con la splendida e ricca copertina apribile a libro di Umberto Telesco e Bruna Fedezza che fa la sua importante parte in quanto a teatralità prog.
Al di là dei titoli (tanto i fan chiameranno il disco “L’Incensiere” o, al massimo, “Il Vecchio Incensiere) la struttura dei due album è piuttosto simile: in entrambi i casi si tratta di una suite di una ventina di minuti che copre una facciata (ragionando in termini vinilici) e una manciata di canzoni sull’altra. In questo caso specifico le canzoni sono cinque e vanno dalla meravigliosa Angelo che apre l’album con un’acusticità psichedelica e rumorista, a cominciare dall’oscuro testo, fino alla conclusiva del lato A, A Te Che Dormi, poetica e barocca ninna nanna incentrata sui vocalizzi sovraincisi e sovrapposti della voce del Nostro su tappeto di sola chitarra acustica che ne fanno una dolcissima e struggente nenia sperimentale, passando per Serenesse, il brano forse più noto del disco e canto d’amore semiacustico che vede protagonisti, oltre il leader, ospiti quali il flauto di David Jackson degli allora popolarissimi Van Der Graaf Generator e la violinista Toni Marcus (Van Morrison, Carla Bley, La Monte Young e una fugace apparizione con Frank Zappa), Una Luce Si Accende con viola e violoncello e chitarra acustica, valida palestra per le estensioni vocali di Alan, spesso paragonato vocalmente a Tim Buckley e Peter Hammil, dal testo ermetico e ancora l’elegiaca Oratore, completando così una bellissima prima parte dominata prevalentemente da strumenti acustici e percussioni (Tony Esposito).
La ieratica suite che titola anche l’album è però il pezzo forte dell’opera e vede un Sorrenti spalleggiato dagli ospiti già detti, più altri strumentisti di valore, gigioneggiare in vocalizzi e gargarismi per la prima decina di minuti psichedelici e rumoristi della lunga composizione che in seguito si apre in uno stato di grazia nella forma canzone, beninteso sempre sperimentalmente sorrentiana, guidata dalle bordate del synth (il mitico VCS3) manovrato da Francis Monkman (Curved Air, Phil Manzanera, Sky) che aumentano di grado fino ad esplodere in un parossismo di voci, suoni e pianto, di rara intensità catartica.
Dopo questo bellissimo album composto di melodie inafferrabili e testi ermetici e oscuri il cantautore avrà forse una crisi e certamente dei ripensamenti interiori che si rifletteranno anche e soprattutto nella sua arte. Il buon album successivo (“Alan Sorrenti” su Harvest del 1974) vedrà soffiare la prima leggera brezza del vento di cambiamento e conterrà solo sei canzoninormali”, cantautoriali e introspettive, già punto di svolta di una carriera che vedrà Sorrenti abbandonare la barba da profeta, i capelli lunghi e il mantello scuro con cui si intabarrava nelle foto e nei concerti, sostituendo il tutto con un raffinato completo bianco e due intriganti baffetti da sparviero, rivendicando il diritto di atterrare sulla terra (Sienteme, It’s Time To Land su Harvest del 1976) dei Festivalbar, delle classifiche dei dischi e dei “figli delle stelle“, dopo aver volato magnificamente tra queste, alle vertiginose altezze del firmamento psichedelico e sperimentale del prog italiano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Un pensiero riguardo “Alan Sorrenti: “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto” (1973) – di Maurizio Pupi Bracali

  • Giugno 22, 2020 in 9:24 am
    Permalink

    leggendo questa bella recensione mi viene da dire che peccato che dopo a questi meravigliosi e sperimentali dischi Alan si sia” perso ” alla ricerca di un successo facile …
    Condivido l’opinione dell’articolo, un Tim Buckley italiano!.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: