Alan Sorrenti: “Aria” (1972) – di Alessandro Freschi

“Siamo figli delle stelle, pronipoti di Sua Maestà il Denaro”. Corre l’estate 1981 e Franco Battiato sventola la sua Bandiera Bianca di fronte alla confutabile virata verso il facile guadagno di un amico musicista che, dopo aver consegnato alle stampe nel 1972 un vero e proprio capolavoro della musica psichedelico-sperimentale italiana,“Aria”, adesso furoreggia nelle hit-parade con motivetti ballabili di stampo pop-disco. L’artista in questione è Alan Sorrenti, partenopeo di origini gallesi e nel giro di pochi anni da essere apostrofato come il Tim Buckley tricolore, si è trasformato in un trionfante fenomeno delle dancefloors. Ma a quasi cinquant’anni di distanza quell’album del 1972 rimane un’indelebile pietra d’angolo del rock made in Italy, un disco irripetibile che racchiude la magia e le impressioni di un’epoca, mentre quelle canzoncine orecchiabili, che seppur hanno portato in dote fama e qualche soldarello nelle tasche, si sono disperse insieme ad altre migliaia di successi altrettanto impalpabili. L’aura magnetica sprigionata da “Aria” non si è infatti esaurita con lo scorrere imperterrito dei calendari e l’emozione che dissipa è rimasta intatta, come una bella foto senza tempo che non ti stancheresti mai di guardare. Registrato tra Roma, Parigi e la Provenza, “Aria” segna il debutto discografico di un Sorrenti poco più che ventenne, sotto l’egida della prestigiosa label Harvest distribuita in Italia dalla EMI. L’onirica  title track  di venti minuti occupa in toto la prima facciata del vinile; l’eremitica figura sfuocata stagliata sulla copertina (opera di Umberto e Fiorella Tedesco) rappresenta al meglio le fiabesche atmosfere di un brano soventemente in bilico tra rarefatte melodie folk e cambi di tempo ed in cui Alan fa ricorso a complessi vibrati e suggestivi vocalizzi. Sono proprio queste doti, tanto innate quanto inusuali, ad accrescere il pathos di liriche che tratteggiano passioni viscerali, solitudini e velate malinconie. Una timbrica unica, uno strumento che va aggiungendosi ad altri strumenti, diventando parte integrante di un sofisticato arrangiamento calibrato e mai invadente. Tra la nobile schiera degli ospiti a corte brilla di luce propria il violinista jazz Jean Luc Ponty (già al fianco di Zappa in It Must be a Camel) autore di un incantato cameo in chiusura della suite di apertura. Si fanno apprezzare le presenze del virtuoso percussionista Toni Esposito (negli anni a seguire autore di apprezzati progetti world-fusion ed elemento di supporto nei Napoli Centrale di Senese), del pianista Albert Prince e del fiatista Andrè Lajdli. “Aria” comunque non è confinato alla sola A side; tre composizioni di durata decisamente più contenuta campeggiano sul secondo lato del disco. La delicata ballad acustica Vorrei Incontrarti, sulla quale ricadrà la scelta editoriale per il 45 giri di promozione, apre il secondo atto ed anticipa le arie lisergiche de La mia Mente, traccia marchiata dalle evoluzioni convulse delle tastiere e con un finale in cui fanno capolino le velleità jazzistiche del combo di turnisti al seguito. L’epilogo intimistico di Un fiume tranquillo si rivela degna chiusura di un lavoro irripetibile, la punta più alta della breve carriera “impegnata” di Alan Sorrenti. Nel 1973, ripercorrendo i tratti stilistici di “Aria” (la formula con la lunga suite a dare il titolo all’album) e con la complicità di figure illustri come Toni Marcus e David Jackson, l’artista napoletano realizza l’ambizioso “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto”, dignitoso progetto ma decisamente molto meno ispirato del debut-act. Da qui la rapida conversione a produzioni sempre più commerciali. Nel 1977, in perfetto Saturday Night Fever-style, il falsetto di Alan  raggiunge la vetta delle classifiche di vendita con il singolo prodotto da Phil Ramone Figli delle stelle. Un look candido e ripulito, movenze da ballerino provetto, luci stroboscopiche a far da contorno… in molti restano attoniti di fronte alla inaspettata metamorfosi di Sorrenti e si chiedono smarriti dove mai sia finito quel barbone anacoreta che ricordava tanto Buckley ed Hammill. La risposta nelle effimere luci di una ribalta che di lì a poco rigetteranno altrove i desolanti resti di quel “figlio delle stelle, pronipote di Sua Maestà, il Denaro” che in una stagione lontana aveva “inseguito i labirinti della mente alla ricerca dell’Aria”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.