Alan Lomax/Diego Carpitella: “Northern and Central Italy” (1957) – di Gianluca Chiovelli

La mia strada e quella di Alan Lomax s’incrociarono per segrete vie. Qualche anno fa, preso da nostalgia irrefrenabile, cominciai a riguardare alcuni sceneggiati Rai dei tempi d’oro, dai Cinquanta sino ai Settanta inoltrati. Scoprii numerose pepite, grandi attori (allora esisteva un teatro in Italia) e qualche piccolo gioiello: alcuni fantastici (“Il segno del comando” e il “Jekyll” di Albertazzi) altri gialli (“Dov’é Anna?”) o divulgativi di altissimo livello (“Dante”, ancora con Albertazzi, tutto il Rossellini televisivo, la “Vita di Leonardo” con Philippe Leroy). Ciò che affascinava in tali operazioni non erano solo l’esattezza filologica, le interpretazioni d’alto livello, il garbo del linguaggio o la ricchezza della trama, benché essi vantassero tali qualità. No, lo stupefacente fascino di queste produzioni consisteva in ciò che inavvertitamente rivelavano: l’Italia. Un’Italia millenaria, ancora bellissima e oggi sulla via dell’estinzione. Ne “Il segno del comando”, a esempio, domina una Roma notturna, ammaliante quanto minacciosa, fatta di scalinate, edifici patrizî, piazze metafisiche, locande misteriose. Anche paesaggi celeberrimi (la sommità di Trinità dei Monti) appaiono trasfigurati, privi come sono del ciarpame turistico, delle bancarelle dozzinali, delle voci sguaiate, delle paninerie da quattro soldi, unte e sudicie. Anche ne “L’età di Cosimo de’ Medici”, di Roberto Rossellini, veniamo a conoscenza di questo paese profondo, ricco di ruderi, colonnati, affreschi rinascimentali, insegne gentilizie, camminamenti, boschetti, anditi naturali: sembra, l’Italia degli sceneggiati RAI, una Patria capace di preservare sé stessa per l’eternità … e in cui ogni oggetto, pur consunto dagli sguardi e dalle mani per secoli, avesse una capacità di indefettibile persistenza. Gli affreschi rinascimentali, insomma, erano i medesimi del 1960 e vissuti da italiani che intrattenevano con essi quel rapporto di familiarità che significava una comprensione intima.
Cosimo de’ Medici e un fiorentino degli anni Cinquanta possedevano gli stessi gusti e impulsi, la loro lingua era sostanzialmente la stessa, la forza di riconoscere il bello anche. Voi direte che sto divagando… Non troppo, come vedrete. Un altro di tali sceneggiati è “Vita di Michelangelo”. L’artista è impersonato da un grande Gian Maria Volonté (la voce narrante è di Riccardo Cucciolla). Le prime immagini d’esso vedono il protagonista in visita alle cave di marmo di Carrara. Egli è in procinto di sbozzare un nuovo capolavoro (il David?) commissionatogli dal Comune; si reca, perciò a Carrara in cerca d’un monolite di materiale puro e incorrotto. Siamo ai primi del Cinquecento. Volonté/Michelangelo si aggira inquieto lungo le brulle pendici della cava. Il silenzio è rotto solo da rumori e dal fischiare del vento. A un tratto si ode un grido indistinto, un alto richiamo che si smorza nella lontananza; e poi alcune voci che, in cadenza inesausta, ritmano il lavoro da eseguire: sono i cavatori, operai che traggono dalle viscere della montagna, a prezzo della vita, i blocchi che si trasformeranno in opere meravigliose. La voce sprona dolcemente, appena velata dalla fatica, gli operai al duro compito; il picchiare del ferro delle piccozze contro la pietra s’alterna a quell’incitamento come uno strumento delicato. Rimasi talmente affascinato da quei ritmi che subito volli sapere se qualcuno li avesse mai registrati. Sì, c’era. Si chiamava Alan Lomax, ed era un etnomusicologo americano che girava il mondo catalogando pazientemente il patrimonio folclorico delle nazioni. Passò anche un anno Italia e tale soggiorno fu oggettivato in un libro: “L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia 1954-1955” (Il Saggiatore, 2008). Il canto dei cavatori carraresi è contenuto in una delle numerose registrazioni del suo immenso archivio: il volume XV dei Columbia Masterworks, “Central and Northern Italy”; un disco a cui collaborò attivamente anche l’antropologo Diego Carpitella. Contadini, lavandaie, marmisti, battipali: questi i protagonisti delle registrazioni. Il mestiere, gli occhi d’una ragazza, le feste nuziali, i santi, una serenata, il Capo d’Anno, una ninna-nanna, una fontanella, il bue, il gallo, una vecchierella: queste le occasioni che originano tali suoni ancestrali. 
I canti ritmici dei battipali (Pile Drivers’ Song) o dei cavatori (Marble Workers’ Song) sono canti blues, senza alcun dubbio. E sono blues antichissimi. Le cave di Carrara sono sfruttate da più di due millenni. Ho la certezza, di una stringente logica viscerale che uno schiavo trace o gallo del 10 a.C., sbozzando pietre, modulava nenie blues molto simili a quelle che Lomax registrò poi a metà del ventesimo secolo. Mi sorpresi, quindi, a pensare che era il lavoro, il lavoro vero, manuale duro rischioso, un autentico mezzo di sopravvivenza, a imporre questi ritmi universali. E che il blues, come lo conosciamo, è solo la pallida eco di una ritualità millenaria (e di cui il blues americano è solo una piccola parte). Quanti canti e ritmi del genere vi sono stati nella storia? Infiniti. Tuttavia, nessuno li ha mai rilevati perché i poveri cristi della storia non hanno mai avuto un notaro o uno scrivano o un accondiscendente poeta di corte a trascrivere note, cori e improvvisazioni con la cura del filologo musicale; ma c’é di più. 
Il blues che si evince da queste schegge sonore è sì originato dal lavoro ma, più precisamente, da una comunità di uomini e donne intenti al lavoro. Qui ritroviamo la fatica e il sudore ma anche la solidarietà. Per sopravvivere occorre essere un corpo solo: contro la durezza, il rischio, i padroni, l’esistenza in pericolo. Ritroviamo anche la bellezza dello stare insieme, semplice, poverissima: canti per le nozze, per i battesimi, per gli amati. Canti per la vita. Ognuno qui vuole sopravvivere e godere di un minimo di felicità. Qui si brama la vita, la continuazione d’essa e la si celebra nelle sue istituzioni sociali e religiose: battesimi, matrimoni, fidanzamenti, appunto. Persino i funerali sono un inno alla vita. Di tutto questo oggi non rimane nulla. Solo qualche registrazione isolata di un americano che odiava la musica pop americana. A volte nemmeno quella. Anche i fornaciai di Valle Aurelia a Roma cantavano il blues e il lavoro duro ma nessuno, nell’Ottocento romano, nel suburbio infuocato a un tiro di schioppo dal Vaticano, era lì a testimoniare, catalogare e tramandare. Viviamo in un paese che, ormai, è solo il fondale d’una recita cessata. Vi sono ancora, buttati qua e là, i dismessi costumi di scena e qualche copione ingiallito, ma chi li capisce più? La spina dorsale che ha tenuto in piedi l’Italia è spezzata, c’è poco da fare. Spezzata da inetti, ladri, stupidi, voltagabbana… e dai vincitori: che non siamo noi. Il richiamo lanciato dai cavatori esce dalle gole dei millenni, dalle budella dell’Italia profonda. Cosa intuiamo, oggi, di tale grido primordiale? Con certezza una cosa sola: nel 1954 (o nel 1500 o nel 10 a.C.) esso rappresentava qualcosa: l’annuncio di una giornata di lavoro, un serriamo i ranghi fra compagni. 
Nel 2017 assomiglia alla straziante grido che il navigatore egizio Tamo udì da uno sconosciuto nei pressi di Paxo, presso Corfú: Tamo! Tamo! Tamo! Quando arriverai a Palode annuncia a tutti che Pan, il grande Pan, è morto!. L’episodio è riportato da Plutarco ne “Il tramonto degli oracoli” e viene, a volte, citato a simboleggiare il declino del mondo pagano. Oggi, invece, sono questi brevi minuti strappati all’oblio a farci rendere conto della fine dell’Italia antica; quella che ha fatto in tempo a sopravvivere, come un fantasma evanescente, nel bianco e nero degli sceneggiati RAI.

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