Al Festival con Kafka – di Isabella Dilavello

Mantova 5/9 settembre 2018*. Il primo giorno l’aria è ancora respirabile. Alcune persone si aggirano tra sala stampa e i pochi eventi previsti nel primo pomeriggio. C’è già del nervosismo sotto i sorrisi, non dei volontari ancora giovani e freschi, no. Ma tra gli addetti ai lavori attaccati ai telefoni e ai pc. E questo fa capire più di ogni altra cosa che macchina infernale e mastodontica sia diventato il Festival della Letteratura di Mantova. Diciamocelo chiaramente: ormai il Festival è  grande, grande quanto il Salone del libro di Torino e Milano, necessario quanto il Salone del libro. Ma a chi esattamente? Alla cultura, ai lettori, alla Letteratura, allo scrivere meglio, al leggere meglio? Magari idealmente sì. Ma nel concreto? Non siamo esattamente il paese con il primo pensiero alla lettura, in Italia si legge poco, molto poco. Per cui vetrine come queste, promozioni così intense, sono soprattutto qualcosa che risolleva e dà un po’ di respiro all’industria editoriale. E, un po’ di lato, al pubblico che gremisce gli spazi arriva la percezione di aver scoperto qualcosa o confermato il proprio sapere. Ecco, il pubblico. È vero, è tantissimo. Nei giorni centrali, l’affluenza è davvero alta. Gli incontri con gli autori si susseguono a ritmo costante, sparsi nei punti nevralgici e bellissimi della città, attraversandola tutta, offrendo scorci architettonici e artistici che già valgono la fatica di correre da una pare all’altra per poter assistere a una chiacchierata letteraria con la speranza di prenderne una carezza, se non proprio una illuminazione. E a volte succede. Più spesso ci si ferma per un gelato o un aperitivo, per sedersi, rinfrescarsi, leggiucchiare il libro appena comprato. Mentre vaghi, incroci altri come te con un pass al collo: giornalisti, scrittori, ospiti che magari son lì proprio come te, per raccontarlo il Festival, per partecipare a tutti gli eventi che si può – per tempi, distanze, interessi – e averne e poi darne notizia, farne un quadro più preciso possibile, per approfondire la conoscenza, soddisfare curiosità, invitare nella propria città quello scrittore spesso difficile da raggiungere. Presto scopri che restano comunque tutte le difficoltà, che i tempi della macchina organizzativa non ti lasciano gli spazi di confronto, che puoi fare un paio di domande, due foto, che paghi per entrare in quasi tutti gli spazi dove avvengono le cose che più ti interessano e dove puoi entrare con il pass ci sono limiti di capienza per gli operatori, poco importa che tu ci sia andata in un buona sostanza a lavorare. Che poi io questa cosa la capisco: chi ci va per lavoro a volte sembra più numeroso del pubblico al quale tutto è destinato e che credo abbia il pieno diritto di precedenza (anche il diritto di pagare). Finisce che vai dove saresti andata lo stesso senza pass, poche cose per non impegnarti un rene: gli ingressi vanno dai 6 ai 15 €, la scelta oculata è necessaria. La concentrazione degli eventi  all’interno di un Festival di tale portata, è anche questo: una grande spesa e non tutti possono permettersela… e allora mi viene una domanda: cos’è che davvero paghiamo, il sapere o gli ingranaggi? Quando la cultura è anche mestiere si crea sempre un buco, una confusione, una separazione. Io, che con il teatro tento di viverci, lo so bene perché ci si pone continuamente il problema di farsi pagare per un lavoro (che fai e che è necessario – o almeno lo reputi tale – al pensiero, alla curiosità e quindi, per conseguenza, alla conoscenza) e l’accessibilità per chiunque di tutto questo. E allora, se da pubblico vuoi vivere l’esperienza del Festival in modo sereno, a molto devi rinunciare. O forse fare come faccio io da sempre, da quando il Festival stesso è iniziato e molto era gratis: lasciar fare al caso e all’istinto, tralasciando i grandi nomi di richiamo, dandosi la possibilità della magia e della delusione. Molte sono le domande che mi nascono quando ci sono queste grandi manifestazioni nate in modo alto e nobile e trasformate nel tempo in qualcosa che non riconosco chiaramente: la più grande delle domande è se questa è diffusione culturale o uno snasarsi tra simili bisognosi di consolazione. Quest’anno il Festival della Letteratura ha dedicato lo spazio “Una città in libri” a Praga (a proposito, molto bella la biblioteca temporanea a piazza Sordello, piena di titoli interessanti e libri da sfogliare, tanto che è valsa la pena perdersi e prendersi un po’ di tempo lì dentro), la Praga magica descritta dagli scrittori ma, pensando a Kafka, mi pare una magia allucinatoria e mai metafora credo sia più centrata di questa a descrivere lo stato della Cultura e della Letteratura attraverso la lente dei grandi eventi.

*degli autori, delle parole, di quel che mi è rimasto nella testa si racconterà più avanti.

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