Agincourt: “Fly Away” (1970) – di Pietro Previti

Non sufficientemente strutturato per assurgere a genere autonomo, vivendo in buona misura nei pochi spazi lasciati dagli interpreti di musica tradizionale, il folk acido, in particolare quello più denso di venature prog e psych,  inizia a fare la sua comparsa intorno alla metà degli anni Sessanta. A differenza di movimenti coevi (si pensi ad esempio alla cosi detta “Scuola di Canterbury”) questo tipo di folk non beneficerà purtroppo di unità di tempo e di luogo, ma in buona misura di una sola band di riferimento, per quanto autorevolissima: la scozzese Incredible String Band. Tra i vari aspetti che caratterizzano questa fase iniziale c’è anche quello del “DIY – Do It Yourself”, inteso più come reale esigenza di esistenza/sopravvivenza piuttosto che anelito di rigetto dell’apparato musicale esistente, rappresentato dalle sempre odiate major discografiche cui contrapporre l’autoproduzione artigianale. Proprio una forte componente di “DIY” caratterizza la storia degli Agincourt, gruppo formato da Peter Howell e John Ferdinando, due giovani musicisti di Ditchling, un agreste villaggio nel Sussex. La registrazione del lavoro primo lavoro fu realizzata in modo casalingo nell’abitazione dei genitori di Howell ed i ragazzi, in buona sostanza, si autofinanziarono del tutto, sostituendo l’iniziale, modesto registratore Philips con un pesantissimo Revox 736, all’epoca all’avanguardia nell’home-taping, che trasportavano all’occorrenza in un enorme trolley. La stessa copertina del disco è un dono di una loro amica, la grafica Veronica Ruddin, che realizza, pur nella sua semplicità,  un disegno di rara efficacia e bellezza. All’epoca la coppia di ragazzi aveva già archiviato le prime esperienze musicali  con “Alice Through the Looking Glass” (1969) e “Tomorrow Comes Sunday” (1970). La prima, in particolare, era una sonorizzazione per una rivisitazione teatrale dell’opera di Lewis Carroll a cura di attori del luogo. Il nuovo progetto prevedeva anche una voce femminile, ragione per cui sin dalle iniziali registrazioni decisero di coinvolgere un’altra loro amica, Lee Menelaus. Da questi demo il Trio ricavò nel 1970 “Fly Away”  stampandolo in proprio per la Merlin nel limitatissimo numero di 50 copie e precisando, sulla retrocopertina del disco, probabilmente onde evitare noie d’altro genere, che trattavasi di una “demo recording not available on general release”. In pratica, un lavoro destinato a deliziare un pubblico ristrettissimo composto da parenti ed amici con la sola speranza che almeno una copia, qualora se ne fosse presentata l’opportunità, potesse arrivare nelle mani giuste per far compiere al Trio quel salto di qualità verso una distribuzione più ampia. Ma non andò così. Con il passare degli anni “Fly Away” divenne una delle gemme oscure più ricercate ed ambite dai collezionisti di vinili, arrivando a quotare fino a duemila sterline per una copia originale. L’album, di impostazione concept per un totale di 13 brani tutti composti da Howell e Ferdinando, di una durata totale di quaranta minuti, si apre con When I Awoke. Il pezzo, introdotto da delicate note di piano cui seguono riuscite armonie vocali tra Lee e John, rimanda a reminiscenze vagamente country-western, come neanche una colonna sonora di un film anni 50. Il successivo Though I May Be Dreaming è brano bucolico e di sapore quasi elisabettiano, quasi fosse un’outtake dimenticata degli Amazing Blondel, in cui a prevalere è la chiara voce di Ferdinando, intermezzata da flauto ed arpeggi sognanti. Get Together è orecchiabilissimo dream-pop allo stadio puro, track di sicura presa e potenziale hit radiofonica, solo fosse stata appena meglio registrata e prodotta. Ecco, magari ci fosse stato dietro John Peel… chissà! Un andamento altalenante caratterizza invece lo strumentale Joy in the Finding, grazie anche ai continui rimandi tra chitarra acustica e flauto dell’ospite Andrew Lowcock. Going Home è etereo jingle jangle, appena spruzzato di qualche sostanza lisergica. L’incantata melodia di All My Life pare uscita da un disco dei Moody Blues e con essa l’effetto vortice che lo lega all’ultimo brano della prima facciata, Mirabella. Altro pezzo di morbido psych-dream pop, caratterizzato dal riuscito rincorrersi delle voci di John Ferdinando e di Lee Menelaus, oltre che dalla presenza del secondo ospite, il batterista Brian Hussey. Sempre Lee Menelaus è solitaria protagonista in Take Me There, brano che sembra anticipare di vent’anni le atmosfere dei Belle and Sebastian. Segue la ballad Lisa per piano romantico e soffice drumming di sottofondo, lasciata alla sola, limpida, voce di FerdinandoDawn riporta l’album verso lidi propriamente più folk, anche per la presenza di un flauto fiabesco che accompagna le voci dei due cantanti. Il brano ricorda da vicino certe atmosfere da Renaissance prima maniera. Barn Owl Blues può intendersi, invece, un riuscito tributo agli intrecci chitarristici e vocali dei Pentangle, pur mantenendo una discreta originalità, stante la presenza di un organo di stampo doorsiano. Con Kind Sir gli Agincourt ripiegano nuovamente su versanti più eterei, grazie alle efficaci e raffinate parti cantate, in particolare quelle lasciate a Lee Menelaus, che avvicinano il gruppo al percorso di altre band coeve come i Trees di Celia Humphris. Il brano conclusivo Through The Eyes Of A Lifetime può considerarsi una piccola suite, pur nei suoi soli cinque minuti di durata, essendo suddivisa in tre micro-movimenti (The PoemPeace of MindClosing in). Al recitato iniziale di John Ferdinando seguono un’impostazione e melodie di più ampio respiro e maggiormente corpose rispetto al resto dell’album, per molti versi assimilabili ad una proposta di proto-prog che gli Agincourt, senza più la Lee Menelaus ed aggiornato il nome della band in Itacha, proporranno compiutamente con la loro successiva esperienza sonora del 1973. L’album che ne sortì si intitolava “A Game For All Who Know” e anch’esso, almeno fino alla ristampa in cd, rientrava tra i dischi di culto introvabili di genere prog. “Fly Away” resta, insomma, un album da ascoltare ed apprezzare per l’entusiasmo e la caparbietà dei suoi giovani autori e, pur non rappresentando un capolavoro, è ancora oggi degnissima e sincera testimonianza di acid-folk e, verosimilmente, fonte di ispirazione per quei musicisti di spirito affine.

Peter Howell: chitarra acustica e classica, mandolino, piano, organo, percussioni, registrazione; 
John Ferdinando: voce,  basso elettrico e contrabbasso, armonia; Lee Menelaus: voce e cori; 
Musicisti ospiti: Andrew Lowcock: flauto (brani 4, 10 e 12); Brian Hussey: batteria (brani 7 e 11); Missaggio a cura di Brian Croney allo studio “H & F Recordings”, UK

Mappa pubblicazioni (parziale): LP Merlin H&F 3 (1970) UK. CD Background HBG 123/6 (1994) UK. 
LP Acme Lion ADLP 1034 (2002) UK. CD Acme Lion ACLN 1002 (2006) US. CD Media Arte MA 0003 (2009) South Korea.

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