Afterhours: Tutto fa un po’ male (1999) – di Isabella Dilavello

Qui tutto fa un po’ male. I respiri che rimbalzano nella maschera e mi appannano gli occhiali, il motorino sotto la pioggia, il telecomando che non apre il cancello. Fa male il silenzio in cui cade un saluto. Fa male la fretta, la testa bassa, il gelo che entra nelle ossa quando la pioggia gelida arriva alla pelle. Fa male la voce della ragazzina che ti risponde “sconforto” se la domanda è cosa provi davanti alla rabbia, il tipo dell’amministrazione che si dimentica chi sono e il contratto da fare, anche se già da un mese lavoro. Fa male l’acqua, la pioggia nella scarpa che non ho chiuso bene. Fa male il non sapere domani, intendendo proprio 24 ore e non un indefinito futuro, non sapere nemmeno ieri ché la memoria non sostiene abbastanza da cambiare il corso delle cose.
Qui tutto fa un po’ male. Il sogno che non ricordo mai, ma giuro giuro giuro che mi ha svegliata. I tradimenti, la morte troppo vicina che non ho potuto piangere, la mano sfortunata, le carte truccate del mazzo che ti è capitato. Fa male l’ombrello che dimentico sempre, soprattutto se piove e oggi è da un anno che piove. Fa un po’ male. L’occasione che non posso perdere perché non ce n’è. Il Parlamento, la Democrazia, le parole sfinite. Il vetro incrinato dalle gocce di fuori e io dentro, dentro. Fa male ogni distanza da qui al supermercato, da quello che so a quello che vedo, la distanza dal mio seno alla tua mano. Fa male che non mi tocchi perché non ti interessa la vicinanza, il contatto, non ti interessa con me, covid o non covid. Fa male ogni secondo d’abbandono. Fa male la pioggia, l’ho già detto?

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