Aerosmith: “Toys in the Attic” (1975) – di Claudio Trezzani

Per capire pienamente l’importanza che questi ragazzi di Boston ebbero nello sviluppo e nella formazione dell’hard rock americano servirebbe una macchina del tempo, in modo di immergerci nei primi anni 70 e capire che tutto quello che vediamo oggi nel rock americano, personaggi che si credono originali, ostentazione della vita da star, musica ruvida e testi espliciti, ha avuto origine o comunque è stato fortemente ispirato dalla musica e dal talento innovativo di questa band, gli Aerosmith, capitanati dall’istrionico cantante italo-americano Steven Tyler (all’anagrafe Steve Tallarico) e dal talentuoso chitarrista Joe Perry. I due diverranno celebri negli anni come i “Toxic Twins” per evidenti “meriti” in ambito stupefacente, cosa che purtroppo negli anni ha causato un declino compositivo e di fama abbastanza drammatico salvato, incredibile a pensarlo, dal gruppo rap Run DMC. Infatti, a metà anni 80 la curva del successo era opposta per queste due band e dalla loro improbabile collaborazione commerciale e musicale, i conti in banca degli Aerosmith tornarono a riempirsi. Purtroppo il tutto trasformò il gruppo in un ensemble che di musica qualitativa e rock aveva pochissimo, nonostante qualche sprazzo qua e là, ma divenne una macchina da soldi pazzesca che negli anni 90 raggiunse il culmine, aiutata anche dall’esplosione di band come Guns ’N Roses, Poison e Mötley Crüe, di cui erano stati gli ispiratori maggiori. Ma torniamo alla metà degli anni 70.
Dopo aver sfornato due ottimi album, “Aerosmith” e “Get Your Wings” (1973 e 1974, gli anni in cui la band battevano il chiodo finché era rovente e registravano a ripetizione) che, seppur grezzi, erano fulgidi esempi del loro talento: brani come Mama Kin e Dream On dimostravano un’abilità sorprendente nell’unire blues, rock e melodie, prendendo come ispirazione il blues più sporco e ruvido ma dandogli un’impostazione melodica simile al lavoro che aveva fatto Page con i Led Zeppelin, che stavano travolgendo il mondo in quegli anni. Fu però con questo “Toys In The Attic” del 1975 che la band centrò l’obiettivo e diede origine al movimento hard rock americano. Un album quasi perfetto, pezzi divenuti classici che li proiettarono nella galassia delle band più amate di sempre. Basta ascoltare la title-track, apripista del disco: si capisce che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Chitarre ruvide e veloci, voce alta e potente e ritmica serrata: era nato l’hard rock. Joe Perry e la sua sei corde sono assoluti protagonisti, tanto che il suo modo di suonare diventerà uno dei più influenti della musica rock.
Dopo un passaggio molto blues con Uncle Salty, rieccoci a dimenarci come forsennati con il riff assassino di Adam’s Apple e l’urlo che divenne il marchio di fabbrica del cantante, assieme al suo vestiario originale e al suo essere sex-symbol per milioni di ragazzine adoranti. L’aura magica degli studi di registrazione Record Plant di New York City, un luogo sacro dove registrarono Jimi Hendrix e tantissimi miti della musica mondiale, si insinua fra le note ed esplode in tutta la sua magnificenza nella successiva Walk This Way. Un riff che entra nelle orecchie e non esce più, da cantare ballare e  urlare al mondo, uno dei pezzi se non forse il pezzo più celebre della band. Un brano che in seguito li aiuterà nella rinascita trasfigurandosi nella versione rap (sigh…) con i già citati Run DMC. Il disco prosegue con un brano che ha il sapore degli anni 50: Big Ten Inch Record è puro rockabilly con fiati e armonica a fare da contorno, un talentuoso viaggio nel passato, prologo ad un brano dall’andamento trascinato e quasi romantico con il miglior testo della loro corposa discografia: Sweet Emotion, basso ipnotico e chitarre che graffiano l’aria… ma è la voce la marcia in più. L’ugola di Steven Tyler non è ancora passata sotto la scure degli eccessi che ne rovineranno l’intensità e sforna una prestazione magistrale accompagnata dalle schitarrate del duo Whitford-Perry. Stupenda, sempre oscillante fra melodia e rock ruvido e polveroso. La melodia è la protagonista anche di No More No More, aiutata dal pianoforte di Scott Cushnie e da un bel riff solare. Brano che le radio dell’epoca mandarono a ripetizione.
Con la successiva Round and Round ritorna nelle casse un hard rock quasi cupo, un riff pesante che forse non si addice pienamente al gruppo di Boston. Forse il brano meno riuscito, tuttavia perfetto antipasto della chiusura del disco, la stupenda ballata You See Me Crying. Pianoforte, archi e melodia e al solito la meravigliosa voce di Steve Tyler… forse una delle canzoni più belle mai scritte dagli Aerosmith, impreziosita dalla meravigliosa chitarra di Joe Perry. Lasciate perdere le ballatone degli anni 80 e 90, quelle che ne rovinarono la reputazione: se volete un brano emozionante questa è la canzone per voi. Il dado era tratto: questo disco raggiunse la vetta delle classifiche americane e mondiali e, soprattutto, influenzò in maniera decisiva il suono del rock americano delle generazioni a venire. Guns ’N Roses, Metallica, Red Hot Chili Peppers, Mötley Crüe non avrebbero avuto quel sound e quel successo senza gli Aerosmith, apripista di un modo di fare musica che verrà sigillato quando “Toys in the Attic” verrà inserito di diritto fra i 500 dischi più belli della storia della musica rock.
Fu anche, secondo noi, una specie di rovina per i ragazzi di Boston, probabilmente i maggiori esponenti del famoso detto “sesso droga e rock and roll”. Non staremo qui a parlarvi di vicende che non c’entrano con le loro famosissime note, ma è indubbio che la loro vita spericolata ne rovinò prestazioni e produzione. La band non raggiunse mai più la qualità compositiva dimostrata in questo “Toys In The Attic”. Forse solo nel successivo “Rocks” (1976) vi si avvicinò, ma da molto lontano. Se si vuole comprendere appieno la grandezza dei “Toxic Twins” e perché vennero considerati i novelli Page-Plant e Jagger-Richards, questo disco è la dimostrazione più evidente. Lunga vita al rock and roll. Buon ascolto.

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