Adriano Olivetti: il lato umano del lavoro – di Gabriele Peritore

Può sembrare strano immaginare che, negli anni cinquanta in Italia, nel giro di pochi chilometri ci fossero due tra le più grandi industrie italiane. Una a Torino, la Fiat, simbolo della lotta per i diritti degli operai, e l’altra ad Ivrea (ai tempi appartenente ancora alla Val d’Aosta), la Olivetti, simbolo dell’operaio felice e al centro del progetto. Può sembrare strano ma è così; è successo davvero che nella stessa area geografica si contendessero il primato di produttività due aziende, una specchio (distorto) dell’altra… soltanto che adesso è rimasta soltanto la Fiat (trasformatasi in gruppo globale), con tutte le sue controverse evoluzioni e, dell’Olivetti, invece, vive intensamente un lontano e bellissimo ricordo. Perché la Olivetti era l’azienda di macchine da scrivere e calcolatori per ufficio in cui era centrale il benessere dell’operaio che prestava servizio; in cui la gerarchia societaria interna non era verticale, ma orizzontale e vibrante di un continuo dialogo tra le parti. L’operaio, non anonimo ingranaggio della catena di montaggio ma essere umano dotato di pensiero da infondere col proprio operato. Felice di recarsi in fabbrica a svolgere la propria mansione e poi di tornare a casa. Un appartamento con vista e altri conforti primari, forniti dalla ditta stessa: questa la filosofia dell’azienda, in cui doveva continuare il benessere e il piacere di sentirsi parte di un progetto collettivo. La Olivetti dal dopoguerra cresce costantemente, aprendo filiali in tutto il mondo e arrivando a contare fino a 36.000 dipendenti. Sicuramente è una delle eccellenze italiane più conosciute a livello planetario. Nessuno si sarebbe mai potuto aspettare questo successo al momento del passaggio di consegne, nella sede di Ivrea, tra Camillo Olivetti, il fondatore dell’azienda, e il figlio Adriano. Un giovane goffo, appassionato di studi umanistici, che ha sogni più grandi di quelli che lui stesso riesce ad esprimere. L’esempio illuminato del padre è sicuramente fondamentale per lui. Adriano lo segue in tutte le sue passioni; ne osserva le mosse sul lavoro e ne respira lo spirito nelle varie redazioni giornalistiche da lui messe su. Il loro dialogo e confronto è continuo a suon di articoli. Loro due, insieme alla “famiglia Levi”, Sandro Pertini, Carlo Rosselli, sono i protagonisti della rocambolesca fuga di Filippo Turati dalle grinfie delle milizie fasciste. Per consentire la buona realizzazione della fuga era necessaria una rete di conoscenze che spiega un po’ il rapporto di amore e odio della famiglia Olivetti nei confronti della dittatura. Il primo periodo del fascismo vedeva la collaborazione di menti eccelse che in qualche modo erano entrate in contatto, sia per collaborazioni che per scambi di vedute, con Camillo e i suoi figli. Tanto che Adriano viene ascoltato da Mussolini in persona nell’esposizione di un suo primo progetto urbanistico riguardante la Valle d’Aosta. Indubbiamente il padre Camillo è il primo vero formatore di Adriano, anche se, quando poi deve scegliere la facoltà in cui iscriversi, in un moto di ribellione adolescenziale, sceglie gli studi di Ingegneria Chimica, disubbidendo al volere paterno. Non ha grande importanza la sua scelta. Una volta conseguita la laurea il suo destino è segnato. C’è tanto da fare nell’azienda del padre. Dopo un approfondimento delle tecniche di organizzazione aziendale svolto negli Stati Uniti d’America può dedicarsi alla sua fabbrica ricoprendo tutti i ruoli: da operaio a direttore… Poi, finalmente, presidente dal 1938. Nel frattempo, la sua attività antifascista si intensifica sulle pagine dei giornali. Non approva nessuna delle decisioni prese dai vertici governativi… dalle leggi razziali in poi. I suoi rapporti con Mussolini e il fascismo si deteriorano del tutto. Viene dichiarato sovversivo e costretto a riparare in Svizzera fino alla fine della guerra. Mantiene i rapporti con l’Italia grazie alla sua rete di amicizie tra le fila della resistenza. Al termine del secondo conflitto mondiale può finalmente dedicarsi pienamente alla sua azienda e mettere a punto tutte le sue idee che ricoprono svariati campi d’azione, cercando in ogni modo di realizzare tutti i suoi goffi sogni adolescenziali. Nell’ambiente lavorativo si concentra sui rapporti tra operatività e benessere, e tra produttività e arte. Ha l’idea geniale di affidare I ruoli nei quadri dirigenziali a letterati o filosofi… tra questi i poeti Paolo Volponi e Franco Fortini e il critico Geno Pampaloni. Con una squadra di tale spessore intellettuale le idee pubblicitarie per lanciare i suoi prodotti non vengono mai a mancare, tanto da raggiungere risultati d’avanguardia assoluti nel settore grafico. La PM1, e poi la Lettera 22, leggere e maneggevoli, sono macchine da scrivere che rivoluzionano il mercato e s’impongono a livello mondiale… fino ad anticipare la rivoluzione informatica un decennio prima di quanto poi realizzato nella Silicon Valley da Steve Jobs e Bill Gates. Le sue idee giovanili embrionali, di reinvestire i fondi in benessere e cultura si ampliano fino a svilupparsi in sociologia, in urbanistica, in politica. Oltre a mettere in pratica il piano urbanistico per la Val d’Aosta, teorizza e applica il concetto che vuole che le fabbriche che operano in un determinato territorio devono rispettare l’ambiente del territorio stesso e anzi valorizzarlo. Le prime argomentazioni di suddivisione economica (e non geografica) federalista si devono ai suoi studi. Si fa ammirare come sindaco di Ivrea e conquista seggi in Parlamento con il suo Movimento Comunità. I suoi successi in campo industriale sono senza precedenti pur non aderendo mai a Confindustria. Se fosse per lui non si fermerebbe mai. Infatti, nel 1960 sale su quel treno per Losanna per andare a cercare sovvenzioni svizzere ancora più grandi. A fermarlo è un’emorragia cerebrale che lo colpisce sul treno, a soli cinquantanove anni, non appena varcato il confine italiano, mettendo fine alla vita e alla scalata di una delle più grandi menti imprenditoriali di tutti i tempi. Sul suo corpo non è mai stata eseguita l’autopsia, lasciando aperte ipotesi complottistiche che lo volevano fuori dai giochi per il troppo potere conquistato.

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