Adrian Lyne: “9 settimane e ½” (1986) – di Marina Marino

Mi chiedo in quante cucine italiane i frigoriferi siano rimasti aperti perché coppie si cimentassero nel provare la scena di “Nove settimane e mezzo” (1986) in cui lui imbocca lei, bendata, con  cibi di sapore diverso, dal dolce, al salato, al piccante. Il film qui divenne quasi un fenomeno di costume, se ne discuteva in dibattiti televisivi, si stendevano in merito editoriali, tra amici si scherzava: eravamo giovani, lo scherzo celava spesso il desiderio. Molte di noi comprarono una sottoveste chiara, se non di seta di stoffa da bancarella. La sensualità somiglia al coraggio di Don Abbondio: chi non ce l’ha non se la può dare; Alcuni, prediletti dalla sorte benigna, la sensualità la portano come una seconda natura dalla culla alla tomba: la pace dei sensi è una tranquillizzante invenzione… e di sensualità sono imbibiti, gocciolano i due attori, all’acme della loro bellezza fisica, della bravura. Kim Basinger, fruttata, serica, corpo da seduzione e sguardo intenso e sperso,  bocca che chiama baci, li vuole e sa darli: Elizabeth, la protagonista. A lei, con lei c’è Mickey Rourke, che adoravo da ragazzina in “Rumble Fish”, forte, fragile, ironico, un attore vero, che mi fulminò qui con due elementi che negli uomini, da sempre, mi toccano, il sorriso che nasce negli occhi e curva le labbra e  il cappotto indossato con nonchalance. Torniamo al film, ambientato interamente a New York, le mie preferenze sono ininfluenti. Elizabeth, gallerista d’arte neo-divorziata, incontra John, agente di borsa. Per un tempo breve, nove settimane e mezzo (ma in questi casi non si misura il tempo) i due stanno insieme, si vivono. Senza limitanti definizioni di dominante e sottomessa, per curiosità, per attrazione, per gioco (perché siamo vivi) giocano: lei accondiscende ad esplorarsi, a conoscere una parte di sé che John mette in luce. Oltre alla sensualità, la cifra di questo film elegante credo sia la libertà e l’ironia. I due ridono molto insieme: quando avviene il miracolo di una risata condivisa, in una coppia, c’è complicità, fiducia, intesa. Penso che ridere sia molto erotico. Qui chi conduce il gioco? John, in apparenza ma Elizabeth, totalmente presa da lui, da loro, gioca ad armi pari, si masturba a comando, si fa imboccare,  travestire da uomo e scopare contro un muro, sotto la pioggia, perché vogliono farlo entrambi: si desiderano, si cercano, si respingono, si danno l’uno all’altra, l’uno nell’altra. Indimenticabile lei che ballando sulle note di Joe Cocker si spoglia per gli occhi di lui, eccitato e divertito (forse Adrian Lyne, il regista, aveva visto quella perla che è lo spogliarello di Sophia Loren in guepiere nera e reggicalze davanti a un Mastroianni che ulula?). Ognuno ha un proprio limite, per Elizabeth è un rapporto a tre con una prostituta: decide autonomamente di non valicarlo, sorda allo sconforto dell’amante che inizia, per la prima volta, a raccontarsi. “Siamo quattro fratelli, io sono il primo”, lei volta le spalle, esce dalla stanza, lui vorrebbe inseguirla, conta fino a cinquanta: il suo limite forse è quello, non uscire dal proprio sé, lei sola piange tra la folla, lui resta solo tra quattro mura. Su un muro ho letto “I per sempre lasciamoli alla Disney”. Il film, stroncato, amato, termina qui. La storia gode di una prestigiosa colonna sonora, Eurytmichs, Brian Ferry, Joe Cocker, Stewart Copeland, John Taylor dei Duran Duran, Jean Michel Jarre. “Nove settimane e mezzo” fu l’apice delle carriere dei due attori e al contempo ne decretò la fine. Entrambi sono bravi, hanno, in seguito, fatto ottimi film, ma non sono stati mai più così intensi, toccati dalla grazia, sensuali, ironici, eleganti. I miracoli, per definizione, accadono una volta sola. Si spera  non facciano male.  Non troppo, almeno.

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