Adam Leon: “Tramps” (2016) – di Lisa Costa

“Tramps” è un film chiaramente e totalmente indipendente, presentato allo scorso Festival Internazionale di Toronto. La pellicola però, non è mai arrivata nelle sale, né in quelle italiane né tanto meno in quelle americane; è stata acquistata subito dopo la sua presentazione da Netflix, e rilasciata nel canale streaming in tutto il mondo lo scorso 21 aprile. Così facendo, come se fosse necessario ribadirlo, Netflix ha imposto una nuova riflessione sul cinema, su come farlo e su come fruirne. Facile dire che senza lo streaming, legale o illegale che sia, molti film non troverebbero mai il loro spazio, soprattutto qui, in un’Italia la cui programmazione e distribuzione lascia indietro tante, troppe pellicole. Difficile è invece dire che un film perde di senso, di efficacia, se visto nelle condizioni peggiori. Non si parla solo di attenzione e di fattori di disturbo come può succedere in una visione casalinga, si parla di schermi sempre più ridotti, che dal grande della sala arrivano fino a quello di uno smartphone. Il regista del film, Adam Leon, alla notizia dell’acquisto del suo film da parte del colosso americano, ha esultato euforico, ben consapevole che la diffusione con Netflix è più ampia, che anche se i dati di “share” non possono essere esaminati (Netflix non li rilascia) il suo film avrà sorte migliore rispetto all’iter classico che prevede l’uscita in cinema selezionati per appena un fine settimana, e poi l’attesa per una pubblicazione nel mercato dell’home video. Il rovescio della medaglia è la mancanza di una struttura adeguata con cui fruire del film: si può ancora chiamare cinema un prodotto che al cinema non arriva? La questione è di quelle spinose, di quelle difficili da dipanare, con i poli opposti in gioco che hanno entrambi le loro ragioni e i loro torti. Lasciamola in sospeso per il momento, e  parliamo di “Tramps”, film in tutto e per tutto indipendente, dal sapore fresco, dal ritmo incalzante, dai colori e dalla fotografia più da Sundance Festival che non da Toronto. Quello che ci racconta, è un’avventura lunga due giorni e una notte, dai contorni illegali ma dalle venature decisamente romantiche. Lui è Danny, un giovane cuoco polacco, che aspira a qualcosa di più del lavorare in un piccolo ristorantino. Danny si barcamena con la madre in un giro di scommesse casalinghe e si ritrova suo malgrado a coprire il fratello, momentaneamente in prigione, per un colpo misterioso e su commissione. Lei è Ellie, una giovane di Pittsburg che da quel posto vorrebbe fuggire, invischiata in giri loschi, che spera di chiudere i suoi conti con un ultimo colpo a New York. Lui e lei, ovviamente, questo colpo lo devono fare assieme; come staffette di una lunga corsa finiscono però per farla  inceppare, scambiando la valigetta sbagliata e mettendosi conseguentemente insieme alla ricerca di quella giusta, correndo per quartieri periferici, per strade affollate, per stazioni. In questa corsa, che assomiglia già a una fuga, c’è poco spazio per misteri e pericoli, con i boss che il colpo l’hanno commissionato preoccupati per la resa finale, perché lo spazio è riservato a Danny e Ellie, che in questi due giorni, finiscono per conoscersi, per smussare i propri angoli, per confidarsi e scrutarsi lungo la strada, dentro una casetta occupata abusivamente, nei viaggi in treno, ricordando insieme, ridendo insieme. Perché insieme, si sta meglio, insieme, tutto sembra possibile. Se “Tramps” sembra fin troppo classico nel suo sviluppo, richiamando tanti altri film indipendenti dalla trilogia del Before di Linklater in poi (che sul binomio “lui/lei-un giorno da condividere” si costruiscono e costruiscono tante parole, tanti dialoghi memorabili), perde in parte il confronto spontaneo con questi ultimi per una genuinità di fondo che a volte sembra mancare e per una protagonista (la giovane e promettente Grace Van Patten) che smussa poco i suoi angoli risultando eccessivamente imbronciata. Il film ha però dalla sua una originalità, un ritmo veloce e scoppiettante (sottolineato da una colonna sonora vivace che passa dal jazz al pop, dalla musica classica all’hip hop), e location affollate che ci mostrano una New York fatta di stazioni e di quartieri non certo da cartolina, alle quali si aggiungono una regia movimentata e una fotografia pastello e geometrica tipicamente indie. L’originalità, anche se la struttura già si è vista, sta poi nel mescolare quella che sembra a prima vista una rapina a tutti gli effetti, con il romanticismo del colpo di fulmine e degli sguardi imbarazzati, di cui Callum Turner è un vero maestro (ricordando un più giovane e meno british Eddie Redmayne) in grado di rendere la visione del film piacevole e deliziosa, da affrontare con il sorriso sulle labbra. Quello che ne esce è un film frizzante, dichiaratamente indipendente che merita di essere visto, e se Netflix ci aiuta in questo, ben venga. Nonostante tutti i dubbi del caso.

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