Ace Of Cups: “Sing Your Dreams” (2020) – di Maurizio Garatti

E così le Ace of Cups ci riprovano: due anni dopo il clamoroso debutto, del quale ci siamo ampiamente occupati, ecco che arriva il nuovo Album, “Sing Your Dreams” (2020), a proseguire una avventura che pare ben lungi dall’essere conclusa. Mary Gannon (basso), Marla Hunt (organo, pianoforte), Denise Kaufman (chitarra, armonica), Mary Ellen Simpson (chitarra solista) e Diane Vitalich (batteria) hanno dunque raggiunto il loro personalissimo “Centro di Gravità Permanente” e, con oltre settanta primavere sulle spalle, si ergono a paladine di quell’idea mai dimenticata di Peace & Love. Frikkettone come non mai, le Ace of Cups dimostrano di non aver mai perso la bussola e, a distanza di oltre cinquanta anni, ci fanno capire perchè Hendrix stravedeva per loro, perchè Quicksilver Messenger Service, Jefferson Airplane, e Grateful Dead se le contendevano come opening act per i loro Live. In fondo la loro storia è tutta qua: le ragazze che non si sono piegate alle richieste dell’industria musicale, quelle che alla fine hanno scelto di vivere in modo diverso la loro esistenza, lontano dai bagliori e dalle urla assordanti del Rock, sono arrivate quietamente a una sorta di Nirvana, che permette loro di guardare il loro passato per provare a riannodarne i fili.
Difficile da farsi, tuttavia non impossibile. Come fai? Come puoi raccontare tutta una vita? Cinquanta anni trascorsi vivendo lontano da tutto quello che in quel periodo aveva rappresentato la sola cosa che valesse. L’idea stessa di Summer of Love andava contro alla loro scelta, ma alla fine, la prima vera Rock Band tutta al femminile ha abbandonato il palco, ha spento le luci intense dei riflettori, e si è adagiata nella semplice Way of Life americana. Rimpianti? No, mai. Ciò che hanno avuto in cambio le ha sicuramente ripagate, e la musica è sempre rimasta li, sotto la pelle, riaffiorando a volte in qualche contesto specifico. Se nella Bay Area della seconda metà dei sixties erano delle vere e proprie icone, fino al punto di diventare la Band di casa del Matrix, oggi le indomite fanciulle dimostrano di avere ancora molte cose da dire, e con fiero cipiglio si apprestano a questa nuova ed entusiasmante fase della loro esistenza artistica. Le sensazioni di un tempo, incluse quelle negative (Denise Kaufman fu colpita in testa da una lattina di birra piena, da un membro dei famigerati Hell’s Angels, durante il tristemente famoso Altamont Free Festival, e fu operata d’urgenza per rimuovere un pezzo di osso che le aveva lesionato un occhio) sono ormai alle spalle, e il presente è fatto di consapevolezza: la stessa che le porta a rinverdire i fasti di un passato che avrebbe potuto evolversi in modo assai differente.
Così, sull’ali dell’immaginazione, s’invola rapida la nostra scena, spostandosi con non minore celerità dei moti del pensiero” (…) “Ancora una volta sulla breccia, Amici miei“… Certo, citare Shakespeare e il suo celebre Enrico V può sembrare ai più un azzardo eccessivo, ma quel sonetto rende perfettamente l’idea: ancora una volta insieme, per vedere come va a finire. Vi assicuro che fa una certa impressione acquistare un vinile nuovo e leggere tra i players nomi come Jackson Browne, Bob Weir (Grateful Dead) e David Freiberg (Quicksilver Messenger Service), Sheila E., Steve Kimock (Grateful Dead) e la Escovedo Family, Jack Casady e il leggendario Wavy Gravy (un Hippie folle e puro che incarna da solo il mito di quel tempo) riuniti in un solo Album: è qualcosa di implicitamente folle. Ma se pensate di essere al cospetto di una mera operazione di revival nostalgico, avete sbagliato indirizzo: qui siamo di fronte a un signor disco, nel quale i profumi della West Coast tornano a solleticare i nostri sensi, recando con se anche un sapore nuovo, fresco e vitale. Prodotto da Dan Shea, “Sing Your Dreams” (titolo azzeccatissimo) è un compendio di grande musica regalato al presente. Ecco la tracklist: Dressed In Black, Jai Ma, Put a Woman In Charge, Sister Ruth, Basic Human Needs, I’m on Your Side, Gemini, Boy What’ll You Do Then, Little White Lies, Waller St. Blues, Lucky Stars, Slowest River/Made For Love.
L’iniziale Dressed In Black è un brano splendido, che raccoglie la lezione degli Stones e la trasporta di fatto sulla West Coast: un blues roco e ruvido, sporco e funky quanto basta per farci immergere subito nell’atmosfera del disco. A seguire ecco Jay Ma, completamente diversa, come appartenente ad un altro mondo: ritmi sostanzialmente caraibici e un incedere che può ricordare la Coral Reef Band di Jimmy Buffett. Il ritmo dettato da Sheila Escovedo è di quelli a cui è impossibile resistere: la batterista figlia di Pete (percussionista di Santana), nata e cresciuta nella Bay Area, riporta tutti a casa, regalandoci un movimento continuo e conturbante. Put A Woman In Charge è rock, figlia di un riff semplice e funzionale, sul quale si aggrappano le voci sempre perfette delle ragazze: cantare e suonare così è un punto di arrivo al quale pochissimi artisti attuali potranno mai giungere. “Alleluiah“, come suggerisce la canzone… Sister Ruth è fatta di chitarra acustica e armonica: melodica e splendidamente cantata ha il cipiglio di un Neil Young d’annata, aggiungendovi la grazia delle voci femminili. La sezione ritmica e il pianoforte raccontano la loro fiaba senza tralasciare nulla. Una ballata perfetta. Wavy Gravy collabora da par suo alla seguente Basic Human Needs raccontandoci con voce attempata e calda quanto potrebbe essere semplice vivere. I due minuti e trenta di I’m On Your Side sono un gioco anni quaranta che strizza l’occhio al ragtime e pare uscita da un film in bianco e nero, con il clarinetto a drappeggiare una linea seducente, assolutamente fuori dal contesto e proprio per questo perfetta.
Gemini ci riporta alla psichedelia dei sixties, con le chitarre e le voci che si uniscono a un filtrato denso e corposo: la melodia è tipica di quel periodo, ma il risultato è molto più moderno. Splendido pezzo, da ascoltare in loop. Boy, What’ll You Do Then è uno strepitoso rock stradaiolo, con l’armonica trascinante e ruggente che da sola vale il disco. A seguire ecco Little White Lies che conferma la linearità di un disco che non si abbassa di un millimetro: un altro brano tipico, ma di grande qualità, con le voci armoniose e fresche e un intermezzo chitarra/basso di grande livello. Waller Street Blues inizia dove termina il brano di apertura del disco: blues, trascinato e quasi parlato, con l’armonica a dettare legge. La capacità di entrare nel pezzo delle Ace Of Cups è davvero sorprendente. Si arriva a Lucky Stars, una gemma di rara bellezza: la tipica ballata rock che identifica un genere e iconizza un album. Difficile resistere alla voglia di riascoltarla: il suono della chitarra e la melodia, il ritornello e le voci, ne fanno un brano davvero destinato a restare a lungo nel cuore. “Sing Your Dreams, Sing Your Dreams…” La conclusiva Slowest River/Made For Love, è la classica canzone di Jackson Browne, con il pianoforte che racconta la sua storia e le voci che si alternano rincorrendosi. Sembra un brano tratto da “Running on Empty” (1977), con qualcosa in più, e una vena dolce e malinconica che ricorda lo strepitoso Eric Andersen di “Blue River” (1972). Una degna conclusione di un disco fuori dal tempo, che unisce nel breve volgere dei suoi solchi due mondi lontanissimi: passato e presente non sono mai stati così vicini.

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