AC/DC: tra ideologia e arte – di Bruno Santini

Di sicuro, tra i limiti del politicamente corretto c’è quello di voler (a tutti i costi e pur pretenziosamente)
confondere ideologie, uomini e artisti. Come tutte le espressioni degli esseri umani, anche l’arte è sempre il frutto di una personalità; e non sempre – o quasi mai – questa viene manifestata col pensiero intimo di chi la scrive, la dipinge, la suona, la canta. Se poi l’artista azzarda, mettendosi a nudo con un’esplicita manifestazione del proprio pensiero in controtendenza con il comune e codificato sentire, allora è scandalo. La Democrazia regolerebbe naturalmente questi aspetti pubblici dell’arte… ma noi tutti viviamo ormai una condizione ben lontana da essa, in un passaggio storico che non si esagera a definire dittatura del pensiero unico. Allora viene naturale guardare indietro e paragonare le dinamiche più becere delle dittature apparentemente scomparse… e ancora ben presenti nello scacchiere attuale delle cosiddette nazioni civili. Nel 1985, gli apparati dell’Unione Sovietica pubblicarono un documento in cui si elencavano i “gruppi musicali stranieri e artisti i cui repertori contengono temi ideologicamente pericolosi”, messi quindi al bando e sottoposti alla censura.
Tra i tanti, figuravano gli AC/DC perché accusati di neonazismo e violenza.
La Band accusata di tale barbara ideologia si forma nel 1973 a Sidney… un gruppo hard rock australiano, pur essendo formato essenzialmente da musicisti di origini britanniche. Secondo le biografie ufficiali Angus e Malcom Young (i due fondatori) avevano presto abbandonato la scuola, trovando lavoro l’uno in una rivista come disegnatore, l’altro in una fabbrica di reggiseni e, mentre uno aveva già fondato un piccolo gruppo con lo stesso psichedelico nome della band di Lou ReedThe Velvet Underground; l’altro iniziava da poco ad imbracciare una chitarra. Il nome “AC/DC” fu scelto dalla sorella dei due, ispirata da una marca di aspirapolvere… benché molti critici (potenza della manipolazione) si sono poi spinti a classificare la scelta come connotazione bisessuale. 

Da quel momento in poi gli AC/DC non hanno mai smesso di suonare, accumulando successi discografici irripetibili e radunando folle sconfinate di fans in delirio sotto il palco… costruendo così un fenomeno difficilmente replicabile.
La loro storia artistica è così vasta da essere convenzionalmente divisa in ere musicali, riassumibile in due grandi periodi: quello di Bon Scott (dal 1974 al 1980 e che si chiude con la sua morte) e quello di Brian Jonhson, scoperto casualmente dalla Band grazie a una cassetta inviata da un fan. Dopo prove continue per cercare un sostituto di Bon, Brian arriva nel momento in cui, tra giornalisti e critici già si accettano scommesse sulla data dello sfaldamento del gruppo… ma è proprio con Brian Jonhson che arriva il successo planetario degli anni 80 che incoronerà gli AC/DC come maestri indiscussi del palco, per la gioia di folle sempre più  fameliche. “Back in Black” (concepito alle Bahamas nel 1980) e la sua copertina nera, è soltanto la chicca di una carriera esplosa proprio sull’orlo del baratro, e raddrizzata a colpi di forzate speranze.
Facendo una rapida statistica, sono 30 gli album pubblicati (16 in studio, 5 live e 9 raccolte) e tanti i tuoni (o meglio, Thunder, per citare un brano del 1990) rimbombati nelle menti degli appassionati di genere. Alla fine della fiera torniamo al punto iniziale. Forse le menti del Gruppo hanno 
davvero coltivato nell’intimo sentimenti riconducibili in un qualche modo al neonazismo… questo possiamo percepirlo o immaginarlo con molto azzardo e fantasia.
Certo è che gli AC/DC rimangono tali per l’indiscusso livello della loro produzione artistica
e non ci si venga a dire che Brian Jonhson ha una svastica nel garage. 

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acdc santini

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