AC/DC: “Highway to Hell” (1979) – di Bruno Santini

Nel luglio del 1979 veniva pubblicato, dalla Atlantic Records, uno dei dischi che sicuramente ha più influenzato la storia del rock. L’ultimo album di Bon Scott, che morirà l’anno dopo, ma soprattutto album che per celebrità, impatto sociale e musicale è secondo solo a “Back in Black”, del 1980; disco che, non a caso, figura tra i 500 migliori della storia della musica. Entriamo però nel merito: l’album inizia con la title track, una potentissima ed esplosiva Highway to Hell che conduce gli ascoltatori su quell’autostrada per l’inferno” che sarà l’intero album. Dello stesso avviso, forse ancora più spumeggiante è la seconda traccia: Girls Got Rhythm, che procede sull’incalzare delle impazzite chitarre degli Young, e sul «No doubt about it, can’t live without it» reiterato di Scott. Dopo un inizio così aggressivo si calmeranno sicuramente nella terza traccia, penserebbe chiunque al primo ascolto… ma così non è: Walk all over you non è sicuramente eccelsa come le altre tracce che forse tendono ad oscurarla, ma il suo impatto è fondamentale, riuscendo ad essere il perfetto tramite per la successiva Touch too much. Nulla da dire, nulla da porre contro e tanto meno nulla da contestare: canzone perfetta, riff memorabile, voce di Scott fantastica e, a nostro avviso, brano migliore dell’album. Una canzone che riesce ad incarnare perfettamente lo spirito del rock ‘n’ rock e che si trova nel posto giusto al momento giusto. Si passa poi a Beating around the Bush, una canzone che potremmo definire controversa: il riff esplosivo caratterizzante gli altri pezzi è ben mantenuto, l’impatto con la canzone è diverso, quasi fosse ambiguo, isterico, come a voler essere uno sfogo. Quasi quattro minuti di chitarra che, diciamocelo, fa un po’ quello che vuole. Da qui a Shot down in Flames è un attimo: il ritmo sembra stabilizzarsi, il ritornello è impeccabile e forse questo riesce a salvare il pezzo da un eventuale baratro a cui poteva essere destinato. Dello stesso avviso è la successiva Get it Hot che, con la stessa schiettezza precedentemente utilizzata, possiamo definire la peggiore dell’album. Poca originalità, nessuna nota veramente di spicco ma, pezzo che rende – inevitabilmente – l’album quello che è. If you want blood (You’ve got it) è la terzultima traccia del disco e, qui dobbiamo ripeterci… così come Shot down in Flames è un pezzo che viene portato in auge dal ritornello, che bene sa sfruttare il fattore “chitarra elettrica” ma che, se confrontato alle canzoni storiche di quest’album, non riesce a spiccare. Premio per l’originalità è Love Hungry Man, traccia che ha l’arduo compito di essere la penultima: lo sappiamo tutti, essere l’ultima canzone ha il vantaggio (e la difficoltà, anche) di dover chiudere un intero album; ma una penultima traccia deve approntare l’ascoltatore alla fine, deve avere un giusto collante che leghi con la precedente e deve essere tutt’altro che banale. Di questa caratura è Love Hungry Man, una splendida ballata, suonata e cantata nel migliore dei modi, che ci porta alla chiusura del cerchio. Una fine lenta, studiata e portata avanti sei minuti: Night Prowler è, quasi, la metafora di una carica di dinamite che, dopo aver imperversato deflagrando per lungo tempo, si acquieta, a poco a poco, nel clamore generale.

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