Abel Ferrara: “Forcella Strit” (2018) – di Marina Marino

Teatro del Popolo Trianon Viviani, 28 Ottobre 2018. Quando chiude un teatro in una città è come se si aprisse un cratere, come se da un sorriso mancasse un incisivo. Una ferita, un vuoto, una mancanza. Le traversie del glorioso teatro Trianon, una bella e ampia sala nel cuore di Forcella, sembrano avere tregua con la direzione artistica di Nino D’angelo, che lo ribattezza Trianon Viviani Teatro del Popolo e apre questa stagione con “Forcella Strit- Arteteca”, per la regia di Abel Ferrara e con i testi dell’ottimo Maurizio Braucci, originario di Sarno, provincia di Salerno, un’infanzia a contatto con il nonno che non imparò mai altra lingua se non quella nativa; e i legami ad una terra, gli attaccamenti hanno nella lingua un mezzo di forza trainante non comparabile. Arteteca, provate a farvi roteare in bocca le dentali, le palatali e ne sentirete subito il sapore greco, come le mura greche che fronteggiano il teatro, che lo inglobano. Il Muro della Sirena è inserito in un palco laterale. Arteteca, l’incapacità di star fermi, il bisogno di muoversi, con le membra o con il pensiero. Lo spettacolo si articola in tre atti, dal 1990 al 2004, vede in scena quasi venti attori, alcuni nativi di Forcella, del laboratorio teatrale Scabec. Sembra che il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca avesse pattuito con D’Angelo un aiuto a riaprire il Trianon in cambio di un progetto che coinvolgesse i ragazzi del quartiere. In questo senso l’intento è andato a buon fine se, come sostiene De Luca, ci sarà anche possibilità di lavoro: che dire, lo auguro. Con le musiche di Nino D’Angelo, eseguite dal vivo da Massimo Gargiulo, Ciucculatina d’ ‘a Ferrovia, Cafè Cafè, Teng’ ‘o sole, A storia e nisciuno e Mamma Preta, qui incorporate con una malinconia sottile che sembra permeare tutta l’opera. “Forcella Strit”, come stretto, come vicoli e abbracci di una città, la mia, difficile da raccontare senza oleografia e retorica. Purtroppo, malgrado l’autoironia, non mancano neanche qui. Si racconta la storia di un quartiere attraverso le vicende di chi lo abita, anzi, lo vive e ci vive. Il fotografo di scena è Luciano Ferrara: la fotografia non è, come ancora molti si ostinano a credere, un’arte minore, il suo lavoro credo sarà parte e arte dello spettacolo. Tradimenti, vendette, amori, amarezze mentre la squadra del Napoli di Maradona si appresta a vincere il secondo scudetto. Non nuovo ma interessante lo sdoppiamento tra attore e personaggio, teatro nel teatro; così conosciamo meglio Mina, portatrice di un’innata saggezza antica, il suo amore con e per Renato, la dolcezza di una scena che richiama Giulietta al balcone con tanto di Luna, su cui i due adolescenti sognano di vivere. E Mario, divorato da una rabbia che lo butta nelle braccia della camorra, dopo esser stato respinto da quelle dei genitori. “L’ammore è comm’ ‘e nuvole, piglia a forma che vò”, commenta dal balcone una vicina a proposito del legame tra la madre di Mario e il barbiere. “I me cuccasse cu’ Jack ‘o Squartatore, ma non con un uomo che mi parla d’amore”, sono le parole di Ciucculatina, tenera e triste contrabbandiera di sigarette, ferita, illusa, ingannata e abbandonata, fino a essere solo stanca e amara. Gli anni passano, di sei in sei, le luci regalano scene caravaggesche alla fine di ogni atto. Si doveva parlare di camorra, ma il clan Giuliano, all’epoca dominus incontrastato del quartiere e non solo, viene nominato di sfuggita solo una volta. Chi può dar torto, gli spettatori tornano nelle calde e comode case, il teatro resta a Forcella. Poesia assoluta nell’ultimo atto, molti personaggi sono morti e guardano le vicende umane con distacco e dimenticanza, muore di cancro Mina, ora giovane moglie e madre: ha sposato Renato, non si rassegna, chiede di vivere un giorno solo, di tornare indietro, rivede i suoi genitori giovani, sente la risata di sua madre che ha dimenticato. Qui il mio cuore si annoda, l’ho dimenticata anche io, si stupisce per il dono di un cerchietto per capelli, ma, noi vivi, sappiamo stupirci, emozionarci, godere delle cose piccole e semplici? La morte qui porta una sorta di serena lontananza, un rifugio, le luci inondano il soffitto del teatro di stelle roteanti, forse ne intrappolo una tra le ciglia, nel palmo di una mano, respiro dentro, gli attori salutano, applausi frettolosi di un pubblico che non vuol perdere la partita del Napoli. A ciascuno le sue priorità.

Foto Pietro Previti © tutti i diritti riservati 
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