Aaron Lewis: “State I’m In” (2019) – di Claudio Trezzani

Aaron Lewis era atteso al varco dalle parti di Nashville, dopo due album convincenti ma con qualcosa da smussare… e chi meglio del leggendario produttore Buddy Cannon per questo lavoro di cesellatura? Una scelta azzeccata, che proietta l’ex leader degli Staind nell’Olimpo dei nuovi country outlaws: un artista completo, dotato di una voce davvero eccezionale, e di un’abilità di storyteller non comune. Il disco è quanto di più lontano dai lustrini della Nashville dei premi e delle passerelle: è un disco vero, fumoso e intriso di Jack Daniels. Per averne conferma basta mettere sul piatto e partire con il primo brano, The Party’s Over, una canzone di country vero, con pedal steel guitar, acustica e una bella voce narrante alla Cody Jinks. Un inizio col botto ma la seconda non è da meno: Can’t Take Back è puro Texas (anche se il Nostro è del Vermont), polvere, fumo e serpenti a sonagli. Il riff di chitarra ci rapisce e la storia anche. Siamo dalle parti di  Waylon ma anche di Jamey Johnson: una tavolata a cui Lewis si può sedere e sentirsi a casa. La qualità dei pezzi e il suono non hanno flessioni, qui si suona per davvero e in It Keeps On Workin’ fa capolino anche un sapore di Merle Haggard: le ispirazioni sono di alto livello così come il tocco personale di Aaron Lewis. La sua musica ha carattere e vorremmo la canzone non finisse mai. La title track è una ballata di gran pregio, con la slide ad accompagnare la voce potente e ispirata di Aaron, così come il sapore del Sud  che filtra attraverso God and Guns, uno dei pezzi più belli del disco, che farà la felicità dei fans nei suoi infuocati live. Country ovviamente, ma anche piacevoli spruzzate Southern Rock nelle note e nel testo. Il disco si chiude con The Bottom, altra ballata country di qualità altissima, che ci lascia la voglia di rimettere il disco daccapo per riassaporare questo viaggio da autentico fuorilegge”. Come nel tipico sound del passato, non si esita a esternare i sentimenti e il Nostro sforna un pezzo che pare uscito da un vecchio lp di Hank Williams. Un disco che mette Aaron Lewis nel firmamento dei nuovi countrymen americani, assieme a Whitey Morgan, Dillon Carmicheal e Cody Jinks, sperando che non abbandoni presto l’abbraccio di Buddy Cannon. Perché si sa, con una guida come la sua, il talento non verrà mai sprecato. Da ascoltare e riascoltare, sognando tra il Texas e le silenziose terre del Vermont.

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