“A Thousand Kisses Deep” – di Bartolo Federico

Mi ero imbottito di quei blues scontrosi e poco confortanti, che amavo ascoltare quando volevo fare chiarezza con me stesso… e siccome queste cose mi accadevano sempre di notte, per dimostrare quanto ero forte, mi ero lavato le ferite e stavo sprofondato nell’ombra, in attesa dei primi colori dell’alba, che, chissà perché, tardava a venire. Avrei dovuto sistemare quella porta del bagno che cigolava fastidiosamente ad ogni colpo di vento pensai, intanto che accendevo una sigaretta e tiravo qualche boccata. Era una notte anonima e senza sfondo, una delle tante notti che avrei preso volentieri a calci se le mie ossessioni non avessero deciso di assalirmi e vendicarsi per i soprusi e le angherie a cui le sottoponevo. Da un po’ di tempo a questa parte si era aperto un conflitto d’interessi tra me ed i miei chiodi fissi: avevamo avviato il conto alla rovescia, per vedere chi si fosse arreso prima. Mentre brancolavo, decisi che questa volta non sarei fuggito, ero pronto a sfidarle in un duello all’ultimo sangue, come quelli che avvenivano tra pistoleri nel polveroso West. Fu così che mi ricordai di Lone Wolf: il Re della Solitudine, il mio eroe dei fumetti di quando ero bambino e leggevo L’Intrepido nella veranda di casa di mio cugino Alfio. In un attimo mi trasformai in lui. Con il poncho e il cappello calato sulla fronte, tirai un risolino stanco e vuoto, un risolino da lupo… ed aspettai paziente che facessero la prima mossa. Stavolta avrei sbirciato con un ghigno di disprezzo e fulminato all’istante ogni avversario, non appena avesse allungato la testa. Con il mio Winchester in acciaio brunito. La notte si era rintanata nel suo sgabuzzino. Stropicciato ma vivo, ne ero uscito anche questa volta. Rimisi a posto quel cd alla moda, che l’industria discografica furba e rapace aveva pubblicato per il centesimo anniversario della nascita di Robert Johnson. Quel disco in cui avevano masterizzato i suoi blues in modo impeccabile e serviti in una confezione di lusso… ma il blues, se vuole essere tale, deve stare scomodo… altrimenti somiglia a qualcos’altro o è un’altra cosa. Quando misi quel compact nel lettore, a momenti mi pigliava un colpo. Non me le rammentavo più quelle canzoni: la chitarra era nitida e pulita, la voce di Robert mi sembrò irriconoscibile. Abituato, com’ero, ad ascoltarlo su vinile, tra fruscii, salti di puntina, polvere e alone di mistero, quel cd non si addiceva per nulla ad un tipo come lui e neanche a me. O almeno così volevo pensare. Si finisce sempre per credere a ciò che fa più comodo. Raccattai dallo scaffale il mio vecchio 33 giri, sgangherato e pieno di graffi, e i demoni della sopravvivenza ripresero a pungermi. A certe cose non bisognerebbe mai forzare la mano. Certe cose vanno custodite così come ci sono state donate. 
“E’ un inquieto ed affamato sentimento. Che non dice niente di buono, quando tutto quello che dico lo puoi dire altrettanto bene. Tu hai ragione da parte tua, ed io ne ho dalla mia. Siamo rimasti indietro per un mattino di troppo ed un migliaio di miglia” (One Too Many Mornings – Bob Dylan) 
Mi ero messo ad aspettarla, con la bocca impastata di nicotina, ed un freddo nelle ossa che mi faceva battere i denti. Ci avrebbe pensato Bob, come sempre, con le sue parole, a tenermi compagnia. Era stata una gran fortuna, averlo incontrato per la prima volta, quel pomeriggio di non so quale anno. Quel pomeriggio che sembrava privo di vitalità, destinato a sparire come altri mille pomeriggi da lupo solitario, si rianimò tutto ad un tratto. Quando “Blonde on Blonde” planò sul piatto del giradischi modello anni settanta, la pioggia era venuta giù e la strada luccicava di tutti quei sogni e speranze con cui mi ero riempito le tasche e la testa. Che poi molti di quei sogni non si siano avverati è un’altra verità. Rimasi ammutolito, impietrito di fronte a quel fiume di parole e musica che mi inondava il cuore. Senza alcun preavviso, un pazzo svitato era piombato nella mia cameretta. Quel tizio rullava musica con una facilità disarmante, cantando come fosse in trance mistica. Chi era mai quell’uomo che aveva speso tutto quel che aveva di sè, in intensità, emozioni e poesia? Di che razza umana era? E che musica era mai, quella? Blues, folk, rock, musica da circo, musica d’amore, d’autore, musica classica, sinfonica, cacofonica, psichedelica. Mai nessuna etichetta avrebbe potuto imbrigliare tanta bellezza, perché quel tizio mi offriva una via d’uscita al grigiore e mi faceva correre verso il sole. Come non mi capita più da ormai molto tempo. Da quando la notte si è presa tutto di me. Lasciai vagare un sorriso, mentre il vento affrancava il cielo dalle nuvole che l’avevano preso in custodia per tutto il giorno. Una nuova notte era arrivata. Nella penombra, mi feci trasportare dal tempo che passa e ci porta con sè per sempre. Avevo dimenticato molte cose ma altre, ne ero certo, non avevano dimenticato me. Misi su Astral Weeks” di Van Morrison e riempii il bicchiere di Jack Daniels n°7. Volevo conservare qualcosa di umano prima di lasciarmi andare al cinismo più esagerato. Accesi la lampada sulla scrivania vicino la finestra, l’orologio segnava le tre, il cielo era pulito e sterminato e per strada c’era una luce fredda come il mio cuore. Avrei voluto sentirla parlare, sarei rimasto ad ascoltarla, mi avrebbe fatto bene. Quel disco in genere mi scuoteva, ed era uno dei pochi che teneva testa a Blonde on Blonde”, mi rifletteva sempre le cose che avevo voluto dimenticare. Mi annusava ogni anfratto dell’anima, perché suonava intimo e greve e lo faceva in modo indagatorio e senza nessuna enfasi. Mi preparai un caffè ristretto che bevvi seduto davanti alla finestra. Non era che poi fossi cambiato, ero solo invecchiato. Troppi incroci, troppa strada fatta contromano per restare liscio e lucido. Oh bambino mai a chiedersi perché, insisteva Van Morrison, mentre gli occhi del cuore si coprivano di cataratte. Sapevo che ci usavamo, che ci consumavamo lentamente, intanto che le strade secondarie si riempivano di altri sogni che non si sarebbero mai avverati. Bevvi a garganella quel che restava nella bottiglia. Passavo il mio tempo a girare in tondo, forse avevo bisogno di sole, di calore, di una nuova pelle. Lei era arrivata. La vidi dalla finestra posteggiare l’auto. Era vestita alla moda, stretta nel suo impermeabile nero, i capelli raccolti sotto il basco di lana con un ciuffo ribelle che le fuoriusciva da un lato. Aveva fascino. Quel fascino, neppure troppo discreto, di chi sa che ha delle carte da giocarsi. Scese in fretta dall’auto e per non bagnarsi dalla pioggia velata che cadeva sulla città, camminò sicura a grandi passi verso il portone di casa. Mi affacciai al balcone e la pioggia mi calò lungo la faccia. Una faccia divorata dalla tristezza, come quella di Leonard Cohen. 
Ora ti dico addio, non so quando tornerò. Mi muoverò domani verso quella torre giù lungo la strada. Ma lo saprai da me donna, dopo molto che sarò andato. Ti parlerò dolcemente da una finestra. Nella torre della poesia” (Tower of Song – L. Cohen).
Entrò in casa sfoggiando un sorriso a buon mercato. Andò in cucina e tornò con una tazza di caffè, si sedette sulla poltrona davanti alla mia e, fissandomi con uno sguardo che mi trapassò da parte a parte, disse: “da come sei conciato non esci da giorni. Che ti succede? Hai davvero una brutta faccia!”. Si comportava con arroganza, come avevo fatto anch’io con la vita. Chissà chi era in cella fra noi due, pensai guardandola. Ma non aveva nessuna importanza saperlo e restai in silenzio. La mia era una lotta con me stesso ed era la più difficile. Lottavo contro le mie speranze, i miei sogni, la mia stessa incapacità, contro il mio passato che mi riacciuffava, sempre e comunque. Non mi andava di spiegarglielo, non avrebbe capito. Me lo disse lei stessa, un giorno, nuda sul letto, che ero un tipo difficile, di quelli che sfuggono, di quelli che.. non sapeva neanche lei come definire.
“Relegati al sesso abbiamo premuto contro i confini del mare vedendo che non c’erano rimasti oceani liberi per spazzini come me. Sono arrivato in coperta benedicendo la flotta rimasta ed allora acconsentii al naufragio. A mille baci di profondità” (A Thousand Kisses Deep – L. Cohen). 
Chiusa nella sua torre d’avorio, sopravviveva ai suoi party, ai suoi falsi amici, gente che era morta e non lo sapeva. La guardai mentre accavallava le gambe; era attraente, ma era bene chiamare le cose con il proprio nome. Era solo una questione di sesso quella che ci congiungeva. Non che la cosa mi dispiacesse, anzi, ma era un gioco al massacro. Dovevo fare attenzione, dosare ombre e luci per essere credibile… e lei doveva essere solo più curiosa e, probabilmente, anche più profonda. Glielo dissi parlando lentamente, a voce bassa, cercando in tutti i modi di non ferirla. Mi versai un dito di whisky per non cedere allo sconforto. Era andata via così come era arrivata. Da quella stessa porta era uscita per sempre dalla mia vita, con un passo lento e senza mai guardarmi negli occhi. Non me lo meritavo. Ma era stata la cosa migliore per tutti e due. Non sapevo fingere, non potevo sempre essere in guerra con tutto e tutti. Mi sentivo stanco, sfinito… e avrei voluto dormire. Misi un cd di Willy il lupo mannaro e mi abbracciai alla pioggia che continuava a cadere. Intanto che lui cantava con la sua voce rotta dall’emozione quelle note per un amante assente, mi addormentai.
Dille che aspetterò / Al solito posto / Con gli stanchi ed estenuati / Non c’’è scampo / Al bisogno di una donna / Devi sapere / Come chi è forte diventa debole / E il ricco diventa povero / Stai correndo con me / Non toccare la terra / Siamo quelli dai cuori senza riposo / Non quelli in catene”. (Slave To Love – Bryan Ferry).
 
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