“A Space in Time” (1971): una elegia per Alvin Lee – di Maurizio Garatti

“One of these days, boym / Gonna see my baby / Gonna see my baby Coming down the road”
One of These Days, brano di apertura di un disco affascinante, inizia così, con queste parole sorrette da chitarra e sezione ritmica che appaiono all’improvviso come dal nulla. Siamo nel 1971, e “A Space in Time”, settima fatica dei Ten Years After di Alvin Lee è appena arrivata a stupire le mie consenzienti orecchie. A quei tempi avevo poche certezze, convinto com’ero che il vivere quotidiano fosse solo l’estenuante rottura di coglioni che ti traghettava da un giorno all’altro e, l’aiuto di alcuni selezionati Dei poteva essere di conforto. Era una stronzata ovviamente, nessun conforto può essere offerto a un quindicenne perennemente incazzato che avrebbe voluto prendere a calci una intera generazione di adulti che pretendevano di insegnargli a vivere. Comunque, Alvin Lee era una di quelle Divinità, e “A Space in Time” era in quel momento una delle lanterne che promettevano un porto sicuro verso il quale fare vela: ora, è evidente che non puoi prendere questo disco per iconizzare la Band, in fin dei conti ci sono album come “Ssssh” (1969), “Cricklewood Green” (1970) e “Watt” (1970) che sono più significativi, ma questo era il primo disco davvero mio. Per i precedenti ero troppo piccolo: che ne sapevo io di British Blues, di tutte quelle torride note passate sotto i polpastrelli di Alvin, sudato e confuso eroe nella caotica e fangosa poltiglia di Woodstock?. Ma questo era appena uscito, era nuovo di zecca. Vuoi mettere che figata andare alle Messaggerie Musicali e chiedere l’ultimo disco dei Ten Years After? La commessa che te lo porge ti offre in regalo un sorriso magniloquente, che arriva a solleticarti il basso ventre mente ti dirigi con gambe malferme verso la cabina di ascolto… e chi le scorda le Messaggerie Musicali: era li che passavo molti pomeriggi, con quegli scaffali pieni di dischi, dietro al lungo e lucido bancone e la fila di cabine. Ognuna conteneva un piatto, uno sgabello e una cuffia. Te ne stavi li, aspettavi il tuo turno e poi entravi con il tuo bel disco tra le mani. Sensazioni uniche, altro che youtube o spotify. Il disco poi a volte te lo compravi, e tornavi a casa passeggiando tra le nuvole.

In un certo qual modo questo per me è il primo disco dei Ten Years After. li avevo già frequentati ai tempi di Love Like a Man, sontuoso pezzo con un riff talmente bello da farti pensare al peggio… ma come, davvero questi mi piacciono più dei Led Zeppelin? Jimmi Page è Dio, quindi Alvin Lee chi é? Non esageriamo, esiste almeno un ragionevole dubbio. Però questo disco mi piace un casino, anzi, lo amo alla follia.
“She’ll have my pardon / Pardon in her apron, oh, Lord / Gonna see the governor / Who said release my man”
Il basso pulsa, i piatti accompagnano il tutto, poi rullante e grancassa a cementare voce e chitarra solidi come roccia. Quando il cantato si fa da parte ecco salire l’armonica a dare corpo blues al pezzo; e poi ancora la chitarra e il resto, in un turbine delirante e grondante blues lavico e sulfureo. Se apri adesso una scheda online e cerchi info su questo disco ti senti dire che la band si allontana dal suono originario per avvicinarsi a quel prog così in voga in quel periodo: ma chi è quel coglione che ha scritto una simile idiozia? Il suono della band si evolve come è ovvio e naturale, e la splendida Here Tey Come che segue è una ballata tipica dei settanta, adamantina nel suo quieto rotolare verso un finale dissacrante e liberatorio che si unisce, con un intenso gioco di chitarra acustica, all’arpeggio della successiva I’d Love to Change the World. Poi le porte del rock si aprono fragorosamente e la torrida cascata di note che ci travolge non lascia spazio a niente altro. Si è vero, Lee ha questo potere: le sue sono armi non convenzionali, fortunatamente permesse dalla legge ma comunque in grado di far danni, di sgretolare certezze che sembravano granitiche.
Facile parlarne adesso, facile farlo 47 anni dopo, quando il tempo ha obnubilato il tutto, rendendo meno amari anche i ricordi più difficili da far riemergere. Come liberata da un peso che ormai non serve più, la gioventù torna a farti visita, portandoti in dono cose che avevi cercato di nascondere. Adesso hai lo scudo per affrontarle: è una sfida esaltante. Allora ecco i dischi che hai amato, che ami ancora incondizionatamente, quelli che non hai bisogno di scoprire. Ogni nota è li, dentro di te, basta solo lasciarla libera di esprimersi. Ancora la chitarra acustica, sorretta dal pianoforte, ad accompagnare la voce e gli archi che si svelano in un pezzo che sa di Beatles: è Over the Hill, brano minuto e breve che racchiude in poche note il romanticismo inglese che si perpetua per rimarcare se stesso, prima che l’altrettanto breve Baby Won’t You Let Me Rock ‘n’ Roll You capovolga il tutto in un finale di facciata incendiario come Great Balls of Fire di Jerry Lee Lewis. La chitarra si fa largo a colpi di riff, prima di offrirti un solo che unisce la velocità di Lee all’amore per il Rock ‘n’ Roll di Chuck Berry. È troppo presto per finire…

“Baby, won’t you let me sock it to you / 
Baby, won’t you let me sock it to you / Baby, won’t you let me rock ‘n’ roll you now”..

“A Space in Time” uscì nell’ottobre del 1971, e io lo presi poco dopo: a quel tempo frequentavo la seconda superiore e, la consapevolezza di diventare adulto, riempiva ogni singola cellula del mio essere. Si studiava in gruppo, si occupavano le scuole, jeans e eskimo erano quasi una divisa, mentre l’immancabile LP che ti portavi sottobraccio era un distintivo che si vedeva da lontano. Le prime manifestazioni, la prima mano di una ragazza che stringeva la tua, con le tue stesse pulsioni e voglie. E gli Dei del Rock che accompagnavano il tutto: che vegliavano dall’alto, maestosamente consapevoli del fatto che non gli fregava un cazzo di te. Gli Dei però vanno e vengono, e Alvin in quel finire di anno si conquistò il diritto di albergare nel mio capiente muscolo cardiaco. Anche perchè ero già fermamente convinto che nessun Giardino dell’Eden poteva ospitare quelli tra loro che se ne erano andati: ma ve lo immaginate un paradiso con Brian Jones e Janis Joplin? Con gente del calibro di John Bonham e Keith Moon? Ridicolo. Quella è gente che sta bene all’inferno: è l’unico posto dove Jim Morrison può tranquillamente dire a Frank Zappa che la sua musica stimola le sue funzioni corporali, senza temere di essere smentito. Ormai anche Alvin Lee ha il suo posto in quel meraviglioso inferno… il disco riprende a girare, ancora la chitarra acustica e la voce di Alvin insieme al pianoforte, prima che basso ed elettrica diano consistenza a un brano limpido e solare. È Once There Was a Time:
“Once there was a time I robbed my mama for a good meal and a smoke /
Once there was a time I’d sell my brother for a dollar when I was broke”

C’era una volta il confine tra bene e male, tra il pensare e il fare: ora non serve pensare, basta lasciarsi andare… e poi le note decisamente più blues di Let the Sky Fall, con un inizio che richiama immediatamente alla mente il riff di Love Like a Man, come logica prosecuzione di un discorso mai interrotto:
“Let the sky fall, let the sea sink /
Let the earth shake, let the sun blink / Let the universe go spinning free / If my darling ever leaves me” …

e la chitarra che si fa liquida per scandire un concetto semplice come l’amore puro e incontrastato tra un uomo e una donna. L’universo intero deve esserne partecipe. Hard Monkeys è un semplice rock di buona fattura che anticipa il blues psichedelico di I’ve Been There Too, che pare arrivare dalla West Coast: chitarra e pianoforte sugli scudi per un brano avvolgente che alterna ritmo e quiete. Per chiudere non restano che i due minuti scarsi di Uncle Jam, con gli strumenti che si sovrappongono, si discostano e poi si fondono in uno strumentale che, senza cadere nel mero e semplice esercizio di stile, serra le fila di un album che appare ancora di una lucidità stupefacente. Forse ha ragione Robert Christgau (Il critico di Village Voice) quando afferma che “A Space in Time” è l’album della band “in cui il rock diventa maggiorenne con il suo album più duro, pieno e coerente”. Del resto siamo nel 1971, il rock è diventato davvero maggiorenne. Io all’epoca non lo ero, e contavo di diventarlo presto; anagraficamente intendo, perchè per il resto già ero certo di esserlo. La cosa buffa è che adesso non lo credo più, e amo perdermi in queste note, come se lo scorrere della puntina sui solchi di questi vinili abbia il taumaturgico potere di mantenermi appagato… solo che io non credo ai miracoli, e poi l’essere appagato è sintomo di arrivo al capolinea quindi, come diceva il grandissimo Enzo Jannacci: “cià, via menare…e vadavial’cù anca l’infanzia…”

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