A Perfect Circle: “Mer de Noms” (2000) – di La Firma Cangiante

Incrocio di numerosi talenti gli A Perfect Circle, sorta di progetto parallelo per più d’uno dei suoi componenti che fanno cerchio intorno alla figura carismatica e talentuosa di Maynard James Keenan, cantante e frontman del gruppo californiano dei Tool. In principio del nuovo millennio, complice un temporaneo stop forzato della sua band principale, Keenan riprende i fili di un discorso iniziato anni prima con Billy Howerdel, vero ispiratore della nascita della band. Howerdel è un tecnico del suono con collaborazioni più che prestigiose in curriculum e, durante un tour a seguito dei Fishbones avviene il primo contatto tra i due. Billy lascia qualcosa di suo da ascoltare a Maynard, i due si piacciono, l’incontro porterà i suoi frutti solo alcuni anni più tardi, quando le condizioni saranno propizie e i tempi maturi per la nascita degli A Perfect Circle. Coperti i ruoli per la voce della band e per una chitarra, non resta che trovare gli altri membri utili per andare a comporre un cerchio perfetto. Il produttore Troy Van Leeuwen, in seguito in forza anche ai Queens of the Stone Age, prende in mano una seconda chitarra, il basso viene ceduto alla presenza femminile di Paz Lenchantin, preparazione classica alle spalle, bassista autodidatta che qui si adopera anche nell’uso del violino e ricama sulle seconde voci, a completare il tutto il batterista Josh Freese, turnista di lusso e componente dei The Vandals già dal 1990. Il talento c’è, l’incrocio di influenze anche, il gruppo promette davvero bene e alla resa dei conti, con l’uscita dell’esordio “Mer de Noms” nel maggio del 2000, la band non delude. Sull’album indubbiamente aleggia continuo il richiamo al sound originale e inconfondibile dei Tool, diverse sono le differenze ma molte anche le similarità tra le due band, non ultima certamente la voce caratterizzante di Maynard James Keenan che entrambi i progetti hanno in comune. “Mer de Noms” ha il pregio di essere appetibile per tutti i fan dei Tool ma, soprattutto, ha quello di aver reso un certo tipo di suono, particolare, oscuro, probabilmente più accessibile per una fetta di pubblico potenzialmente più ampia, pur mantenendo grandissima onestà artistica e un livello qualitativo complessivo decisamente alto (io poi continuo a preferirgli i migliori album dei Tool, ma questo è un altro paio di maniche). L’attacco è deciso, la metrica dei versi, il cantato di Keenan, l’incedere del brano d’apertura – The Hollow – non possono non far pensare alla band madre del cantante… anche le atmosfere (comunque meno malate di quelle solitamente evocate dai Tool) riportano ad ascolti già noti, pur avendo il giusto tocco di freschezza, e subito alla mente tornano i movimenti a scatti degli inquietanti omini visti in diversi video del gruppo di Maynard. Un’ottima apertura per un brano costruito in maniera impeccabile, perfetta la sezione ritmica dettata dalla batteria vivace di un Freese in gran spolvero. Il basso oscuro di Paz Lenchantin ci introduce al mantra cadenzato di Magdalena, un misto di sacro e profano, tema importante per il versante delle liriche presenti nell’album. Giocano qui un ruolo importante anche le chitarre di Van Leuween e Howerdel, nell’attivare il giusto coinvolgimento emotivo improvvisamente troncato solo per traghettare l’ascoltatore dentro Rose, altro pezzo riuscito che alterna sezioni delicate e inserti di acustica a parti più aggressive e rabbiose, alleggerite nella coda finale dal violino di Paz. Judith è forse tra i brani più vicini allo stile dei Tool fra quelli incisi per l’album e presenta versi forti a tematica religiosa subito stemperati da quelli più affascinanti della successiva Orestes, pezzo più riflessivo, più lento ma che mantiene una coerenza di stile apprezzabile. Intro sognante per una composizione di classe, 3 Libras, aperta dall’acustica e dal violino e contraddistinta da una linea melodica avvolgente e sensuale, brano che accelera nel finale e che rimane uno dei più riusciti all’interno di un lavoro più che valido dalla prima all’ultima traccia. La versione malata de La bella addormentata (Sleeping beauty) riporta la band sui binari a lei più consoni e battuti. Thomas si distingue per le parti acustiche, per il resto risulta essere tra gli esiti meno interessanti del lotto. Un sapore orientale aleggia tra le note della strumentale Renholdër: arpeggi delicati, archi in sottofondo, vocalizzi suadenti e un bel lavoro trattenuto sulle percussioni, ottimo intermezzo ben costruito che precede l’attacco di Thinking of you, ossessione mentale e bruciante, altro pezzo ben strutturato, caldo e attraente, mantra inquieto e insano che sfocia nella più speranzosa Breña, canzone dalle belle armonie. Si chiude con la minimale Over, costruita su note di piano e M’bira, strumento dell’Africa sud orientale… è un disco compatto “Mer de Noms”, intrigante, ben studiato e strutturato, una di quelle uscite capaci di attrarre a sé un pubblico eterogeneo, non solo amante del rock più oscuro e pesante. Soprattutto è un album ben suonato, con professionalità ed eleganza, in grado di mostrare ed esibire una capacità compositiva d’eccellenza senza mai sfociare in sterili virtuosismi: tutto è calibrato al punto giusto, senza eccessi né cadute di tono. È un rock alternativo, personale che si sviluppa in territori che ogni tanto è piacevole ritrovarsi a battere.

Maynard James Keenan: voce. Billy Howerdel: chitarra, basso, tastiere, piano.
Troy Van Leeuwen: chitarra. Paz Lenchantin: basso, violino. Josh Freese: batteria, percussioni.

01 The Hollow. 02 Magdalena. 03 Rose. 04 Judith. 05 Orestes. 06 3 libras. 07 Sleeping Beauty.
08 Thomas. 09 Renholdër. 10 Thinking of you. 11 Breña. 12 Over.

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