A chi verrà dopo di me – di Cinzia Pagliara

Ho sempre creduto di far parte di una generazione fortunata: ho visto il passaggio dalla televisione in bianco e nero a quella a colori, ho fatto indimenticabili cortei di sciopero, sit-in accompagnati da chitarra ed entusiasmo, ho utilizzato vari tipi di telefono (avevamo perfino quello a muro, in cucina) , ho visto finire le guerre, sempre lontane, vissute quasi poeticamente, attraverso le parole di scrittori e cantautori.
Io ho Visto la pace.
L’ho vista, toccata, respirata, indossata… e poi spiegata con orgoglio.  Con presunzione, oggi mi viene da pensare… L’abbiamo perduta la pace, scordata, venduta. Svalutata sotto l’arrogante atteggiamento del “niente retorica”… ma non è retorico parlare dei colori della pace, né commuoversi davanti agli orrori della guerra. Da anni, da troppi anni noi la Pace la abbiamo svalutata. Di più, sfidata.
Armi costruite e vendute per guerre non nostre che però abbiamo di fatto provocato e alimentato.

Le guerre pian piano si sono avvicinate, come il bosco nella tragedia di Macbeth: nessun bosco si può muovere,  abbiamo pensato … e invece no. Uomini coperti da rami, armati e pronti a combattere possono diventare un bosco in movimento. Macbeth lo comprende troppo tardi. E a noi è successo lo stesso.
Le guerre lontane hanno percorso i nostri sentieri… e ora vediamo il fumo delle bombe, e contiamo i morti. La morte del piccolo siriano  il rosso della sua maglietta sulla spiaggia…una macchia che ci violenta gli occhi, una delle tante… non diversa da quella dei tanti bimbi ( parliamo solo dei bambini, sorvoliamo con pudore sulle morti incessanti di chi parte per disperazione verso l’ignoto) inghiottiti dal Mediterraneo… crudele e  insieme paterno – ci ha colpito gli occhi e le menti, ci ha fatto male.
Per un attimo abbiamo pensato: ecco, abbiamo toccato il fondo, ora bisogna scalciare, tornare in superficie, riprovare a respirare, a mantenere in vita.
Tornare a essere i Vincitori del nuovo secolo, perché questo ci hanno detto che siamo…
e invece non era la fine ma l’inizio di un moto incessante, biblico si dice… (ma a chi scrive non piace più dare aggettivazioni a sfondo religioso). 
Ho sempre creduto di far parte di una generazione fortunata, e ho sempre preso il treno da vagabonda o viaggiatrice… un libro tra le mani, gli occhi distratti dal mondo che scorreva fuori da finestrino.
Invece ho visto treni che credevo essere immobili sulle foto dei libri di storia. Treni presi d’assalto dai disperati, o convogli che ingannano e portano a destinazioni non desiderate.
Ho visto (come nelle foto in bianco e nero che facevano orrore) braccia, centinaia, migliaia di braccia fuori dai finestrini… a salutare con la speranza di un dopo, o a chiedere aiuto, disperatamente sconfitte.
Ho visto cartelli chiari, chiarissimi per tutti… “ HELP”.
Abbiano paura e abbiano diritto di provare a vivere, lo sappiamo tutti… e nessuno sa più cosa dire.
Tutti ora, abbiamo vergogna. Perché nessuno in questo caso può dubitare che si tratti di gente che fugge da una guerra, perché tutti abbiamo assistito alle braccia marchiate con un pennarello e ai confini costruiti in poche ore con il filo spinato in spregio d’ogni civile principio di questa strana unione europea.
Noi tutti abbiamo assistito ai respingimenti e alla disperazione.
Noi non abbiamo scuse. Noi sappiamo. Abbiamo sempre saputo, e ora, d’un tratto, non possiamo più neanche tentare di fingere. 
Chi verrà dopo di me sappia che noi sapevamo… non riuscirò a salvare nessuno.
Ma posso parlare.

Non voglio più “giorni della memoria” se non riusciamo a vivere il presente con responsabilità.
La mia memoria è sul fondo del mare, su una spiaggia attaccata ad una maglietta rossa, impigliata al filo spinato, confusa tra le migliaia di braccia, in cammino con le scarpe appese al collo, come se il tempo non fosse passato, come se non avessimo già visto. La mia memoria è oggi.
Oggi che è come ieri, perché non sia anche domani. Nessuno è escluso.
Chi verrà dopo di me sappia che noi sapevamo.

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