50 anni senza giustizia: intervista a Claudia Pinelli – di Cinzia Santoro

Nell’aprile del 1969 due attentati dinamitardi colpirono la Fiera Campionaria e la Stazione Centrale di Milano. Fu il primo atto della “strategia della tensione” in Italia e della successiva macchinazione anti anarchica imbastita da numerosi apparati dello Stato, deviati e non. L’Ufficio Politico della Questura di Milano aveva il compito di monitorare il movimentismo politico, in particolar modo quello extra parlamentare. Il commissario Luigi Calabresi, nello specifico, si occupava degli ambienti anarchici. Il 12 dicembre dello stesso anno esplose un ordigno nella Banca Nazionale dell’Agricoltura a Piazza Fontana. Qualche ora dopo gli attivisti anarchici Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda, insieme a molti altri, furono fermati. Cominciò così quella che Adriano Sofri ha definito “la laica passione dell’anarchico Pinelli”. A settantadue ore dal fermo, il ferroviere Pino Pinelli precipitò dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi. Nel cinquantesimo anniversario della sua morte ripercorriamo i punti salienti della vicenda attraverso le parole della figlia di Giuseppe Pinelli, Claudia, una donna composta e coriacea, il cui racconto ignora sentimenti di vendetta. Il suo sguardo severo è fermo, puntato sul ricordo, al tempo stesso addolcito da quella consapevolezza acquisita attraverso un percorso lunghissimo di faticosa ricerca della verità.
Claudia, che ricordo ha di suo padre?
“Mio padre era una persona che viveva attivamente il suo tempo, anni di speranze e di profondi cambiamenti sociali. Impegnato nel movimento anarchico, ma anche esperantista e sindacalista, avido lettore, era stato una giovanissima staffetta partigiana a Milano. Entusiasta e comunicativo, faceva da tramite tra i giovani della contestazione e i vecchi anarchici, ma anche con i cattolici sui temi comuni dell’antimilitarismo e dell’obbiezione di coscienza. L’anarchia era il suo modo di vivere e di intendere la vita. Mio padre lavorava in ferrovia. Anche mia mamma lavorava: trascriveva a macchina le tesi di laurea e le ricerche dei professori e degli studenti universitari. Spesso mio padre, uomo ospitale e conviviale sempre pronto al sorriso e al confronto, si dedicava alla cucina invitando a casa nostra anche persone conosciute da poco”.

Come è stata la vita della famiglia Pinelli dopo l’omicidio di suo padre?
“Prima di allora la porta di casa era stata sempre aperta e il nostro piccolo appartamento pieno di gente; poi si è svuotato e la porta è rimasta chiusa. Abbiamo cambiato casa, cambiato scuola, mia madre ha ricominciato a lavorare in ufficio ed è diventata il nostro unico punto di riferimento, forte e determinata nel chiedere verità e giustizia”.

Pino era un ferroviere, antifascista, partigiano e anarchico. Crede che abbia ancora senso parlare di anarchismo nel terzo millennio?
“Tutto quello che comporta un miglioramento della vita e maggiori diritti per tutti ha senso ora come allora. L’anarchia non è un dogma, bensì lo sviluppo di un pensiero critico.

Il sindaco Beppe Sala ha chiesto perdono a nome della città di Milano per la morte di suo padre. Sono trascorsi 50 anni dal tragico epilogo della vita di Pino Pinelli. Cosa ha provato?
“Le parole del sindaco Sala sono state importanti e non scontate. Ogni parola di giustizia è importante, a dispetto di chi pensava che Pino Pinelli sarebbe stato dimenticato. Inutile rimuginare sul fatto che queste attestazioni potessero arrivare prima: diciamo che il coraggio e la coerenza non sono dono di tutti”.

Alla commemorazione era presente anche sua sorella Silvia. Cosa ha rappresentato per voi il riconoscimento dell’ingiustizia subita da vostro padre?
“Dieci anni fa, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha definito mio padre come una vittima, la diciottesima della strage di Piazza Fontana. Sicuramente è stato una vittima della “strategia della tensione” che fu messa in atto in quegli anni. Resta il fatto che mio padre è morto in una questura, dopo un fermo illegale; quindi, di chi fu vittima? Questo ancora non si può dire?”

Il presidente Fico nel suo discorso commemorativo alla Camera, invece, ha omesso di sottolineare la matrice nera di Ordine Nuovo come responsabile dell’attentato di Piazza Fontana. Cosa ne pensa?
“Penso che ormai si sappia quale sia stata la matrice, nonché la manovalanza della strage; il tutto è stato ufficializzato dalle sentenze in tribunale. Se questo mancava nel discorso di Fico è stato ampiamente ribadito negli altri interventi”.

Cinquanta anni di depistaggi, di silenzi e di parzialità del potere giudiziario perpetrato nelle aule dei tribunali stridono come un ghigno di spregio. C’è un terzo potere dietro la vicenda di suo padre?
“No, nessun terzo potere: c’è lo Stato con i suoi apparati. Con ripetute sentenze di archiviazione è stato impedito che si parlasse della morte di mio padre in un’aula di tribunale, negando quella giustizia che dovrebbe essere un diritto. Lo Stato non processa se stesso, ma una democrazia compiuta non può avere paura della verità, ed è questo ciò che vogliamo, per tutti, non solo per noi”.
Il Commissario Calabresi fu una figura centrale nella morte di suo padre. Cosa pensa sia davvero avvenuto la notte tra il 15 e 16 dicembre al quarto piano della Questura di Milano?
“L’unico che era ancora tra i fermati in questura quella notte, Lello Valitutti, ha fornito una versione che conferma ancora oggi, anche a distanza di così tanti anni, e che diverge da quanto asserito dal giudice D’Ambrosio sull’assenza del commissario nella stanza. Quella notte il commissario Calabresi era responsabile dell’interrogatorio, nel suo ufficio, dalla cui finestra precipitò mio padre dopo un fermo illegale di oltre settantadue ore. Tutti i presenti in questura quella notte sono da considerarsi responsabili di ciò che accadde ad un uomo innocente che si trovava nelle loro mani. Io non posso dire quello che avvenne, ma c’è chi lo sa. Io so che mio padre è stato ucciso nel momento in cui è entrato con il suo motorino in questura e si è visto negare tutti i suoi diritti”.
I magistrati Carlo Biotti e Gerardo D’Ambrosio, due figure opposte: l’uno perseguitato perché sostenitore dell’omicidio di Pinelli, l’altro convinto del suo suicidio.
“Il giudice Biotti subì false accuse da Lerner, l’avvocato di Calabresi; il legale fece sospendere il processo intentato dal commissario per diffamazione contro Lotta Continua, ricusando Biotti con la motivazione di aver già deciso la sentenza. Biotti verrà assolto. Purtroppo, quando si riaprì il processo, il commissario Calabresi era stato ucciso. Il giudice D’Ambrosio escluse nella sua sentenza il suicidio, ma anche l’omicidio: attribuì la morte di mio padre, schiantatosi nel cortile della questura dopo un volo di quattro piani, ad un possibile malore dovuto al protrarsi di un fermo illegale, con la privazione del sonno e un digiuno prolungato, che comportarono un’alterazione del centro di equilibrio e la conseguente precipitazione dalla finestra… l’unico caso di “malore attivo” nella storia giudiziaria del nostro paese. Il giudice D’Ambrosio, se avesse continuato ad occuparsi del caso Pinelli, non avrebbe avuto una carriera, né in politica né in magistratura: doveva chiudere in fretta”.
Ha mai incontrato Lello Valitutti? E Adriano Sofri?
Sì li conosco e li stimo entrambi.

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