“Il Fasciocomunista” e Rino Gaetano – di Riccardo Panzone

Se la curiosità è il motore dell’evoluzione umana e il coraggio quello della soddisfazione delle proprie ambizioni di felicità, allora l’inquietudine è un dono degli dei, poiché dall’inquietudine dell’anima, dalla tendenza a non essere mai soddisfatti, mai appagati, mai completamente domi, discendono, quali corollari, la curiosità e l’ardimento di guardare oltre le “colonne d’Ercole” del mondo che ci viene propinato. Questa è la mia personale chiave di lettura del romanzo di Antonio Pennacchi, pubblicato nel 2003
“Il Fasciocomunista: vita scriteriata di Accio Benassi”, un romanzo sull’inquietudine, la continua ricerca e l’istintivo rifiuto del “proprio posto a sedere” in una società scomoda per i più sensibili, attraverso vicende anche politiche a priva vista illogiche ed incoerenti ma che, nel profondo, racchiudono un unico fine che è quello di “aiutare gli ultimi” come dice lo stesso protagonista.
“Il Fasciocomunista” racconta la vita di Accio, figlio di esuli friulani, trapiantati nella Latina sorta dalle bonifiche del Ventennio fascista.
La sua vita, fatta di soddisfazioni (poche), sconfitte (tante) e contrasti familiari, viene raccontata attraverso la sua passione per la politica che lo porta dapprima, rapito dal fascino anche estetico della Sua Littoria, ad abbracciare i movimenti dell’estrema destra e successivamente, in maniera antitetica, quelli dell’estrema sinistrae cosa cambia, tra l’una e l’altra scelta di campo? Nulla: il protagonista rimane se stesso, con i suoi limiti e i suoi difetti, la sua voglia di “volare via”, quale novello Ulisse, alla scoperta di un mondo che non è Latina, non è il Lazio, né l’Italia, ma molto e molto di più.
Nulla cambia cambiando divisa ideologica, nell’anima inquieta di Accio, ed emerge chiaro da questo passaggio il senso relativo alla sostanziale identica morale di aggregati politici così diversi eppure così simili… tanto nei pregi, emergenti nella loro accezione più popolare e in buona fede, quanto negli eccessi connessi ad una illogica violenza di cui sono stati politicamente intrisi gli anni ’70.
“La politica è così. Noi stiamo contro i comunisti e quindi dobbiamo stare a favore degli Americani anche se, in fondo in fondo, noi come ideologia siamo più vicini ai comunisti.
Dovremmo stare dalla parte loro, ma mi sa che sono pure loro che non ci vogliono”
.
Da questo ingenuo dialogo emerge, nella sua semplicità e schiettezza, parte del leit motiv del romanzo:
un divertente ed avvincente ritratto di un’Italia confusa e curiosa, un’Italia troppo spesso superficiale e impreparata dal punto di vista della dialettica democratica, un’Italia molto simile all’Italia di oggi che dopo secoli rappresenta pienamente il paese in cui “tutto cambia per non cambiare nulla”.
Daniele Lucchetti, nel 2009, trasforma sapientemente le parole in immagini rendendo il romanzo di Pennacchi un gradevole film dal titolo “Mio Fratello è figlio unico”, con Elio Germano protagonista di un’opera che ben rappresenta il filone dell’ultimo rinascimento del cinema Italiano.
“Mio fratello è figlio unico”, titolo liberamente ispirato da un pezzo del grande Rino Gaetano che ben si attaglia al tema dell’inquietudine:“Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo, perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone, perché è convinto che nell’amaro Benedettino non sta il segreto della felicità”… mio fratello è figlio unico perché è omologato, incapace di sognare, privo di fantasia e di coraggio, arrendevole dinanzi ad una vita che come un fiume in piena trascina gli uomini su una strada già segnata e dalla quale solo in pochi riescono a deviare. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

il fasciocomunista panzone

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.