2. Due o tre cose sui Beatles – di Fabrizio Medori

E’ sempre il momento di parlare del gruppo più famoso e più importante di tutta la storia della musica popolare, i Beatles. Non è che si possa pretendere di raccontare qualcosa di nuovo sui “Fab Four”, ma ogni tanto vengono in mente degli episodi che fanno pensare che, se dopo oltre cinquant’anni dall’esordio, e a più di quarant’anni dallo scioglimento, i Beatles sono ancora così attuali, un motivo ci deve pur essere. La prima considerazione sul fenomeno viene dal fatto che i Beatles hanno inventato un genere nuovo, il Rock, che prima del loro successo non esisteva. Esisteva il Rock’n’Roll, quello classico di Elvis Presley, Chuck Berry, Little Richard e tutti gli altri; esisteva il Blues, da Muddy Waters a Howlin’ Wolf; esisteva lo Skiffle, la musica giovane dei primi anni 60, ed esistevano i musical, che da Broadway invadevano il mondo. Niente di tutto questo poteva far immaginare che, da un giorno all’altro, potesse arrivare un gruppo di ragazzini a sconvolgere tutto. E invece quattro musicisti – cantanti – compositori rivoluzionarono il mondo musicale, la moda e la società del loro tempo. La prima cosa che salta all’occhio è che dopo i Beatles, una nutrita serie di gruppi fece il suo ingresso sul mercato del pop, a partire dai Rolling Stones, da sempre considerati rivali dei quattro di Liverpool, sebbene in realtà fossero molto amici. Per chiudere immediatamente la diatriba, basti notare che il secondo 45 giri dei Rolling Stones, “I wanna be your man”, porta la firma di Lennon e McCartney e, sebbene non fosse esattamente un brano di punta del repertorio degli “Scarfaggi”, visto che era stato riservato all’interpretazione del loro batterista, Ringo, ci rivela la qualità del rapporto tra Beatles e Stones. La leggenda – o forse qualcosa di più – narra che pochi anni dopo, ad una festa in casa di Mick Jagger, durante la quale ci fu un’irruzione della polizia, con conseguente arresto dello stesso Jagger, della sua fidanzata Marianne Faithful e di Keith Richards; ci fossero anche un paio di “Scarafaggi”, forse Lennon e Harrison, e si dice che questi ultimi furono fatti scappare da una porta sul retro e che a metterli in salvo fu la Polizia. La stampa, che ancora oggi collega i Rolling Stones alla classe operaia ed i Beatles – i baronetti! – all’alta borghesia inglese con aspirazione alla nobiltà, dimentica che nella realtà era esattamente il contrario. I Beatles venivano da desolati sobborghi di una città industriale, mentre le famiglie degli Stones appartenevano all’aristocratica alta borghesia londinese. Per concludere sul rapporto dei Beatles con il gruppo di Jagger e Richards, ricordatevi di dare un’occhiata alla copertina di “Sgt. Pepper’s”, per notare la scritta “Welcome the Rolling Stones”, e cercate con lo sguardo fra il pubblico presente alla prima esecuzione (inaugurazione delle trasmissioni in mondovisione) di All you need is love, per trovare – nel coro – i soliti Jagger, Richards, Brian Jones e Marianne Faithful. Negli anni, poi, è venuta a galla anche qualche altra considerazione sul gruppo musicale più famoso di tutti i tempi, su Ringo, per esempio. Universalmente considerato uno dei peggiori batteristi della storia del rock è, al contrario, un vero e proprio gigante della musica moderna. Prima di tutto sfido chiunque ad aggiungere un solo colpo di percussioni in più, su una qualsiasi canzone dei Beatles senza peggiorarla, poi è diventato sempre più evidente che la grandezza del “piccoletto” risiede nell’usare la batteria in modo molto simile a come vengono usate le percussioni classiche nell’orchestra sinfonica: non per mettersi in mostra ma, al contrario, per far risaltare gli altri strumenti in determinate parti delle composizioni; infine perché, fin dagli esordi (per esempio There’s A Place, sul primo disco) Ringo è l’artefice di un suono che ancora oggi è all’avanguardia, oltre ad essere particolarmente personale e riconoscibile. Qualche anno fa, uno dei più grandi virtuosi della batteria contemporanea, Dave Weckl, ha raccontato di voler incidere un omaggio musicale ad uno dei suoi idoli, cioè Ringo, e di aver dovuto studiare attentamente il modo in cui suonava, per poter imitare le sue sonorità. Un altro piccolo mito da sfatare è quello secondo il quale John Lennon, in un’intervista, avrebbe detto che i Beatles erano ormai diventati una specie di religione, e che, all’epoca, erano diventati già più famosi di Gesù Cristo. In realtà, quelle che Lennon esprimeva nell’intervista originale, erano timore e preoccupazione per il fatto che la fama planetaria del gruppo non consentiva loro di comportarsi come chiunque altro, visitare le città in cui suonavano o, semplicemente, fare una vacanza in nessun posto del mondo dove potessero passare inosservati. La loro popolarità, infatti, aveva invaso tutto il globo, oltrepassando i limiti imposti da civiltà e religioni. In realtà, oltre un anno più tardi, qualche frase dell’intervista sarebbe stata utilizzata per compilare un articolo, su una rivista americana, e la frase, spogliata del suo significato originale, fu sparata nel titolo. Fin dagli esordi, racconta invece Paul, avevano studiato dei travestimenti – a tutt’oggi mai svelati – grazie ai quali potevano allontanarsi dai teatri e dalle arene dove si dovevano esibire, sfuggendo all’asfissiante assedio delle fans. Una delle rarissime eccezioni se la sono creata a Roma dove, durante la notte seguente al loro concerto al Teatro Adriano, nel Giugno del 1965, girarono per la città deserta, scarrozzati da Gianni Minà, che per portare a spasso Paul & company, si era fatto prestare la Fiat 600 dal fratello. A proposito di McCartney e di leggende, qualcuno ha mai sentito parlare della presunta morte del bassista dei Beatles, in un incidente stradale, nel 1966?

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