1. Come si diventa Beatles – di Fabrizio Medori

Fortunatamente parliamo di arte, e non di sport, perché a volte si corre il rischio di trasformare la passione musicale in una competizione. I Beatles sono detentori di diversi primati ma non è certo questo che ce li fa amare, o che ci fa amare di meno altri gruppi o altri artisti. Da moltissimi anni cerco di spiegarmi il motivo per cui certe cose mi piacciono più di altre e il motivo per cui alcuni prodotti musicali “funzionano” più di altri e, nello specifico, come mai, tra tanti gruppi in azione nei primissimi anni 60 i Beatles sono diventati leggenda e altri no. All’inizio, fin dal primo incontro tra John Lennon e Paul McCartney, nessuno – neanche i diretti interessati – aveva capito che quei due avrebbero cambiato il mondo, partendo dalla musica, e nessuno avrebbe potuto capire quale sterminato talento avevano i due ragazzini. Figuriamoci se qualcuno avrebbe potuto intuire quanta energia sarebbe potuta scaturire dalla combinazione tra i due elementi. Al momento dell’incontro tra i due adolescenti non esisteva, in Inghilterra, un vero e proprio genere musicale dedicato ai giovani, che dovevano accontentarsi dello skiffle, uno stile nel quale confluivano elementi del Rock’n’Roll e suoni derivati dal country americano o dal folk tradizionale britannico. Fu proprio il gruppo skiffle fondato da John Lennon, i Quarrymen, a vedere la nascita del duo più conosciuto della storia del rock con l’incontro di Lennon e McCartney. Quando nella band fece il suo ingresso George Harrison si iniziò a delineare la formazione che travolse il mondo intero. La grande forza dei Beatles è stata indubbiamente la loro capacità, all’inizio, di leggere in maniera originale tutta la musica che arrivava dagli Stati Uniti: il Blues, il Rock’n’Roll, le canzoni tratte dai grandi musical di Broadway e, in misura determinante, la musica “nera”: il Soul e il Rhythm’n’Blues che, in patria, erano generi musicali riservati ad un pubblico quasi esclusivamente nero, poco conosciuti dal pubblico più numeroso, quello dei giovani americani. Rispetto ai coetanei statunitensi, gli europei erano molto meno evoluti, erano molto più poveri, pagavano il prezzo della recente seconda guerra mondiale e avevano difficoltà ad esprimere la loro carica di energia e ribellione. I Beatles furono i migliori nell’incarnare gli ideali e le contraddizioni della gioventù inglese del periodo, mescolando alla perfezione la violenza dei Teddy Boys con il tipico “sense of humour” inglese, conciliando alla perfezione tradizione e innovazione, scandalizzando e rassicurando nello stesso tempo il mondo degli adulti, l’establishment. La loro capacità di piacere a moltissimi, mostrandosi come un unico prodotto, ma con quattro facce differenti, permise loro di introdurre moltissimi elementi originali nella musica e nel costume, perché a nessun altro sarebbe stato possibile mettere in scena il continuo tira e molla tra la sfacciataggine dei quattro giovani irriverenti e l’aria rassicurante da bravi giovani che, alla fine, li rendeva idoli dei ragazzi e beniamini degli adulti. Erano però troppo importanti per limitarsi al mondo patinato della canzone: quando, nel 1965, ricevettero l’onorificenza per cui ancora oggi vengono impropriamente soprannominati “Baronetti”, uscirono da Buckingham Palace dicendo che, nei gabinetti della residenza reale, si erano fumati uno spinello. La cosa molto probabilmente non era vera, ma fu sufficiente per far saltare definitivamente una legge che avrebbe voluto rendere corresponsabile del consumo di sostanze stupefacenti il “padrone di casa” del luogo dove la droga veniva consumata. La capacità di penetrazione del nome Beatles nelle abitudini e nei gusti del pubblico era talmente elevata che in tutto il mondo venivano prodotti e venduti migliaia di prodotti ispirati al gruppo e, uno dopo l’altro, comparvero parrucche, stivaletti, bambolotti, bicchieri e qualsiasi tipo di oggetto sul quale si potesse imprimere il famoso logo con la “T” allungata. Il più delle volte il merchandising era del tutto fuori dal controllo del management del gruppo ma, spesso, Brian Epstein concedeva l’utilizzo del marchio, a patto che i produttori garantissero qualità degna del nome del gruppo. Dal punto di vista artistico, parallelamente a tutte le vicende di contorno, i Beatles dimostravano la loro unicità proponendo ad ogni uscita discografica un ulteriore balzo in avanti della loro creatività, stupendo, fino alla fine: fans e critica con la continua crescita del livello qualitativo della loro musica e con la continua evoluzione del loro stile. Non è sicuramente un mistero che, dal punto di vista musicale, i veri rivali dei Beatles fossero i Beach Boys che cercarono, attraverso l’enorme talento di Brian Wilson, di competere con loro e di avvicinarsi al loro standard. I due gruppi si stimolavano a vicenda e, quando uscì “Revolver”, Brian compose il suo capolavoro, “Pet Sounds” ma, quando i quattro “scarafaggi” risposero con “Sgt. Pepper’s”, Wilson si mise al lavoro su un disco “Smile”, che non fu terminato all’epoca (uscirà nel 2004), a causa del forte esaurimento che colpì il grande compositore californiano al quale, forse, fu fatale l’innalzamento del livello dello “scontro”. Nessuno, in fondo, è mai riuscito a porsi al loro livello perché, come avrebbe detto il Marchese del Grillo, “I Beatles sono i Beatles…”.

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